Madonna delle Grazie il vecchio convento ora rischia di sparire

28 Febbraio 2021

Colle Macchione, l’edificio in abbandono da molti anni Affreschi in pericolo, ma nessun cantiere all’orizzonte

L’AQUILA. Sulla sommità di Colle Macchione, a Coppito, sono ancora visibili i resti monumentali dell’antico convento della Madonna delle Grazie, fondato con ogni probabilità nella prima metà del XII secolo dal vescovo Dodone, a cui nell’Ottocento venne annessa l’omonima chiesa. È possibile vederli facilmente da molti punti della città, nella zona sovrastante la ex Reiss Romoli. Quello di Madonna delle Grazie è uno dei primi complessi monastici del territorio che in pochi conoscono e che rischia di scomparire per sempre. La grave situazione è stata segnalata più volte dall’Archeoclub dell’Aquila, diretto da Mauro Rosati, che sottolinea come «sarebbe importante non perdere almeno quello che resta del convento».
ABBANDONO. La struttura, infatti, versa in uno stato di completo abbandono: dopo alcuni lavori per la rimozione del tetto tra il 2015 e il 2016, le opere si sono bloccate e proprio la mancanza di una copertura ha comportato danni gravissimi al convento che già era stato duramente colpito dal terremoto. Attualmente, infatti, il cantiere non c'è più e la struttura è in balìa degli eventi atmosferici. Anche gli affreschi presenti all’interno, alcuni dei quali emersi proprio a seguito del sisma e risalenti al periodo medievale, rischiano col tempo di andare perduti.
LA STORIA. A ricostruire le vicende che hanno interessato negli anni Santa Maria delle Grazie è la studiosa di storia cittadina, Beatrice Sabatini. «Il convento risale al XII-XIII secolo, di origine benedettina, dal 1120 cistercense e infine, nel XIV secolo, celestina. Il complesso originale è riconoscibile nonostante sia stato inglobato strutturalmente nel casale voluto nell’Ottocento dalla famiglia Capparelli, una volta ottenuto dai Dragonetti, che a loro volta l’avevano acquistato dallo Stato dopo la soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dai Celestini di Collemaggio», spiega, chiarendo la proprietà non più pubblica, ma privata del complesso. «I Capparelli avevano mantenuto l’impianto quadrilatero attorno al chiostro, adeguando però i locali alle nuove funzioni». La struttura già nell’Ottocento non ospitava più il convento, ma aveva acquisito una destinazione residenziale.
GLI AFFRESCHI. «Il sisma del 2009 ha riportato alla luce le originarie pareti interne, svelando dipinti tre-quattrocenteschi ed elementi strutturali, come peducci per volte, arcate richiuse e tamponature murarie, dai quali è ricostruibile la configurazione medioevale dell’oratorio e del monastero», prosegue Sabatini. «All’esterno, sul lato meridionale, un interessante brano murario basamentale in perfetto apparecchio “benedettino” di pietra concia, un ampio brano murario a paramento cistercense e, su quella che era la parete absidale orientale, una piccola monofora a sesto acuto, di stampo anch’esso cistercense e attualmente richiusa. Altri elementi strutturali, murature, architravi triangolari e stipiti smussati di aperture, si riallacciano alle tecniche murarie e alle tipologie costruttive delle fondazioni cistercensi degli inizi del XIII secolo in zona». Uno scrigno di tesori, insomma, per il quale negli anni (fin da prima del terremoto) sono stati presentati a più riprese vari progetti di recupero, di fatto mai portati a termine, e che presto sarà difficile salvare.
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