Mafia, cocaina a fiumi e racket: venti arresti scuotono l’Abruzzo

Colpi di pistola e attentati incendiari per incutere paura: le accuse nell’ordinanza e i protagonisti
L’AQUILA
Sette colpi di pistola sparati sul portone di un condominio, due auto date alle fiamme e un ordigno su cui si è ragionato a lungo, poi scartato perché ritenuto non abbastanza letale come nelle intenzioni di chi voleva procurarselo. Poi un bar in pieno centro storico usato come quartier generale, una gioielleria a soli cento metri adibita a deposito, e la cocaina. Tanta cocaina. Di quella che una volta immessa sul mercato era capace di fruttare fino a 200mila euro al mese. È un vero e proprio vaso di pandora quello scoperchiato dagli uomini del Servizio centrale operativo (Sisco) dell’Aquila, che hanno unito i puntini restituendo alle cronache l’esistenza di un’associazione a delinquere degna delle attuali serie Netflix, ma capace al tempo stesso di ricordare i metodi criminali tipici della Banda della Magliana. Solo che, stavolta, il raggio d’azione dei criminali non era la Roma sospesa tra gli anni di piombo e quelli del boom economico, bensì la Valle Peligna, ieri svegliata dalla notizia di una retata che da queste parti non si vedeva da anni. Con tanto tentacoli mafiosi.
L’INCHIESTA
Un’inchiesta costruita tassello dopo tassello per due anni, fatta di episodi apparentemente distinti, ma che, giustapposti sotto la lente degli inquirenti, hanno poi rivelato l’esistenza di un’organizzazione criminale strutturata, capace di esercitare il controllo sul mercato degli stupefacenti nel territorio della Valle Peligna e di sviluppare rapporti con gruppi della criminalità organizzata anche fuori regione. È questo lo scenario che emerge dall’operazione “Metamorfosi”, culminata ieri con l’esecuzione delle misure cautelari disposte dal gip del tribunale dell’Aquila, Marco Billi. Sono 33, complessivamente, le persone iscritte nel registro degli indagati: per 19 è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre a uno dei fornitori sono stati concessi gli arresti domiciliari. Gli altri indagati risultano, allo stato, a piede libero.
I NOMI
Tra le persone finite in carcere figurano Ivano Antonio Di Marco, indicato dagli investigatori come uno dei principali promotori del sodalizio, Mario Pallozzi, Antonio Maccarone, Stefano Sito, Massimiliano Le Donne, Andrea La Civita, Davide Pantano, Mario Del Monaco, Fabrizio Pescatore, Alessio Mancinelli, Tommaso Ludovico, Mattia Alessandro Gasbarro e Daniele Cellini. Altri indagati, tra cui Nicolino Di Bucci, Giuseppe Di Muro, Michele Di Muro, Enri Bisha, Giovanni Massa e Aldo Ferrera, sono stati rintracciati fuori regione e condotti in carcere. Per Mario Iorio è stata disposta la misura degli arresti domiciliari. Indagati, invece, a piede libero Valentina Leonarduzzi, Patrizia Chiocco, Nino De Berardinis, Fabrizio Bonaventura, Biagio Esposito, Valerio Vacca, Stefano Franzese, Claudio Franciosa Pettine, Giovanni Massa, Pasquale Di Rosa, Francesco Anzellotti, Patrizia Ciccone e Peter Mastrangioli. Nell’inchiesta compare anche un’altro soggetto, nel frattempo deceduto.
IL BUSINESS DELLA COCAINA
Il dato economico è tra quelli che maggiormente fotografano la dimensione dell’attività contestata: circa 200mila euro al mese. Un volume di denaro che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stato alimentato soprattutto dal commercio di cocaina, con una rete di distribuzione capillare rivolta anche alla clientela più giovane. L’indagine avrebbe documentato la nascita di un’organizzazione autonoma, caratterizzata da una precisa divisione dei compiti, ruoli gerarchici e disponibilità di canali di approvvigionamento esterni al territorio abruzzese. Al centro della presunta struttura criminale ci sarebbe Di Marco, già condannato per partecipazione a un'associazione di stampo mafioso e ritenuto dagli investigatori legato ad ambienti della criminalità organizzata siciliana. Uno degli aspetti più rilevanti dell'inchiesta riguarda la rete di relazioni che il presunto sodalizio avrebbe costruito oltre i confini regionali. Gli investigatori avrebbero ricostruito rapporti con un narcotrafficante albanese e con un esponente di un clan camorristico attivo a Secondigliano, oltre a collegamenti con ambienti criminali riconducibili ad altre aree del Paese, compresa Roma. Una rete che, secondo l'accusa, avrebbe garantito continuità nei rifornimenti e la possibilità di movimentare quantitativi considerevoli di sostanze stupefacenti. Tra gli elementi emersi dalle intercettazioni figura anche il riferimento a una partita di cento chili di cocaina, circostanza che restituisce la dimensione dei traffici ipotizzati dagli inquirenti. Non soltanto spaccio, dunque, ma un'organizzazione che avrebbe puntato a controllare l'intera filiera: dall'approvvigionamento alla distribuzione, fino alla gestione degli incassi e al reinvestimento dei proventi.
ESTORSIONI e INCENDI
L’inchiesta ricostruisce una serie di episodi violenti che avrebbero contribuito a consolidare il potere del gruppo. Tra questi, i sette colpi di pistola esplosi nell’agosto dello scorso anno contro il portone di un'abitazione in via del Cavallaro, episodio che avrebbe rappresentato uno degli atti intimidatori più significativi emersi nel corso delle indagini. Nel fascicolo figurano anche due incendi dolosi. Il primo, nel maggio 2024, avrebbe riguardato l’autovettura di Ciccone, conosciuta negli ambienti investigativi con il soprannome di “mamma spaccio” e condannata nelle scorse settimane a sette anni e sette mesi di reclusione. Secondo la ricostruzione accusatoria, a provocare l’incendio sarebbero stati Maccarone e Di Marco. Il secondo episodio risale al marzo 2025, quando venne incendiata la Jeep Renegade di Massimiliano Le Donne in via Patini. Proprio quest’ultimo, avrebbe inizialmente pianificato una ritorsione, arrivando a minacciare con un martello, sotto casa, uno dei figli della Ciccone, erroneamente ritenendolo l’autore. Successivamente, una volta individuati i presunti responsabili dell’incendio della propria autovettura, avrebbe prospettato insieme a Maccarone una vendetta attraverso l’utilizzo di un ordigno esplosivo. Un quadro che, secondo l’impostazione accusatoria, evidenzierebbe il ricorso alla violenza come strumento di controllo e regolazione dei rapporti interni ed esterni al sodalizio.
IL RICICLAGGIO
Tra le ipotesi investigative figurano anche il riciclaggio e l’utilizzo di attività commerciali per schermare la provenienza illecita dei soldi. In questo contesto viene richiamata anche la società M10 s.r.l.s., la cui gestione sarebbe stata utilizzata, secondo l'accusa, per favorire le attività illecite. A Sito e Pallozzi viene attribuito un contributo nella gestione fittizia della società. Pallozzi sarebbe arrivato a farsi licenziare da lavapiatti del bar, arrivando così a percepire indebitamente un sussidio di disoccupazione pari a 5mila euro. A Sito viene inoltre contestata una condotta di usura.
L’ORDINANZA
Nelle 208 pagine dell’ordinanza cautelare, il giudice Billi analizza ognuna delle posizioni dei singoli indagati. Nelle motivazioni vengono richiamate anche quelle di Massa, descritto come soggetto di elevato spessore criminale e ritenuto capace di procurare esplosivo e armi da sparo, e di Aldo Ferrera, al quale viene attribuito il ruolo di staffetta nel trasporto di una pistola a Sulmona. Tra gli elementi valutati figurano inoltre le condotte contestate a Sito e Pallozzi nella gestione della M10 s.r.l.s. Un passaggio specifico riguarda Massimiliano Le Donne e il rischio di fuga. Il gip richiama una precedente inchiesta nella quale sarebbe emerso che l'indagato si sarebbe sottratto all'esecuzione di un provvedimento cautelare trasferendosi a Marbella, in Spagna. Da lì, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe continuato a gestire il traffico di stupefacenti in Abruzzo. Una circostanza che il giudice considera rilevante nella valutazione del rischio che un comportamento analogo possa ripetersi.



