Malelingue riunitevi: tornano le conviviali ispirate a Sant’Agnese

Sabato 21 l’appuntamento con congreghe e confraternite In centinaia a tavola per eleggere le cariche goliardiche
L’AQUILA. La tradizione, tutta aquilana, di Sant’Agnese si perde nella notte dei tempi. Nata sulla scia del mero pettegolezzo disdicevole, nel corso del tempo ha assunto l’accezione di una festa che celebra la “critica costruttiva”. Di certo, ogni 21 gennaio, sono decine e decine le congreghe e le confraternite che si riuniscono per assegnare le cariche agnesine in onore della protettrice delle malelingue. Sant’Agnese, appunto. Una “festa strana” – come viene definita – celebrata inizialmente dalle classi sociali meno abbienti e dai diseredati, che a partire dalla fine del Settecento si diffuse soprattutto fra la borghesia e la nobiltà attraverso l’istituzione delle confraternite laiche, subendo negli anni notevoli trasformazioni.
LE RADICI
La tradizione agnesina è legata al culto delle vergine e martire, una delle prime sante cristiane, che visse a Roma all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano. Il culto di Sant’Agnese si diffuse all’Aquila, fin dai primi del Trecento, per via dell’omonimo monastero situato a ridosso delle mura del Quarto di Santa Maria Paganica, abitato dalle monache della povera vita o elemosinanti, che diventarono poi le celestine di Collemaggio. All’interno del convento le monache accoglievano le cosiddette “pentite o mal maritate”: giovani di facili costumi, serve e ripudiate. Le serve ben conoscevano i segreti delle case gentilizie, che “mettevano in piazza” dentro e fuori dal convento”. Nella ricorrenza del martirio di Sant’Agnese, il 21 gennaio, giorno in cui secondo gli statuti del 1300 era vietato lavorare, le malmaritate, nel chiuso delle fumose bettole del tempo, davano sfogo, complici gli uomini, alla maldicenza e al pettegolezzo, narrando celati segreti delle case in cui erano serve.
PROTETTRICE DELLE MALELINGUE
Fin qui la storia che s’intreccia alle narrazioni tramandate nei secoli. Sant’Agnese divenne, pertanto, la protettrice (ignara) delle malelingue: L’Aquila d’altri tempi fondò, almeno in parte, la sua esistenza sul pettegolezzo e sulla maldicenza alimentando la tradizione esclusivamente laica della festa di Sant’Agnese dando fiato alla maldicenza e fissando la giornata del 21 gennaio quale ricorrenza per celebrare il pettegolezzo. Un’ammiccante occasione per esercitare il vezzo della satira e della critica in presenza, ma anche in assenza, dei diretti interessati e senza alcuna animosità: un momento di singolare affrancamento dal perbenismo di facciata e della monotonia della quotidianità.
LA FESTA OGGI
La festa, che spesso ha diviso la città, non acquisì mai una fisionomia netta e decisa, per le contaminazioni popolari subite nei secoli. Al semplice cerimoniale che prevede l’elezione del solo priore durante le riunioni conviviali delle congreghe, negli ultimi trent’anni, alcune confraternite hanno aggiunto numerose nomine. Una delle più note è la Confraternita aquilana dei devoti di Sant’Agnese, la più antica dell’era moderna, risorta nel 1959 per volere di un gruppo di professionisti, ma sono centinaia le conviviali che si celebrano, la sera del 21, all’insegna del buon cibo, di un calice di vino e dell’esercizio della maldicenza aquilana, in tutte le sue forme. Il dire male del male, come critica costruttiva e crescita sociale.
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