Maria bacia la foto del fratello ucciso

24 Settembre 2018

Viaggio dalla Sicilia della sorella di Carmine Mancini, uno dei Nove martiri fucilati 75 anni fa dai nazifascisti

L’AQUILA. «Ci avevano detto che li avevano fucilati subito, poi che erano stati portati via. Io mi ero già messa in nero». Maria Mancini accarezza la foto sulla lapide con inciso il nome del fratello Carmine, uno dei Nove Martiri aquilani. È tornata apposta dalla Sicilia. Il vicesindaco Guido Quintino Liris la saluta, è il momento della commemorazione per le vittime dell’eccidio del 23 settembre 1943. «Avevo 17 anni», racconta, «mio fratello 19. Era appena tornato dalla guerra, me lo ricordo con la divisa. E in montagna non ci voleva andare. Non voleva tornare a fare il militare, aveva visto fucilare i suoi comandanti, non voleva tornare a combattere. Con Bruno D’Inzillo, però, erano grandi amici, e Bruno invece fremeva per andare. E comunque delle sue intenzioni non ci aveva detto nulla. Con le famiglie degli altri ragazzi uccisi, invece, ci siamo conosciuti soltanto dopo». La commemorazione volge al termine, Liris con la fascia tricolore si avvia verso il cippo a San Giuliano dedicato ai Nove Martiri. Maria deve ripartire, ma ricorda ancora «quei giorni terribili» di 75 anni fa. «Un sergente prese un elenco e ci disse che i ragazzi presi dai tedeschi nel rastrellamento del giorno prima erano già stati fucilati. Poi, però, ci dissero che non era vero, che li avevano deportati. Io mi ero già messa il lutto e quando mi convinsero che Carmine era ancora vivo andai a prendere una giacca dal colore acceso, mi ricordo che era tutta rossa. Poi, mesi dopo, tornai a casa e trovai i miei genitori preoccupatissimi. Li avevano chiamati dalla questura, avevano trovato qualcosa nella caserma. È stato terribile scoprire che Carmine era morto. Che ero rimasta sola».(r.p.)
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