Massaggi hot, scoperta una casa a luci rosse

15 Agosto 2026

Una donna cinese colpita dal divieto di dimora: secondo gli agenti offriva delle prestazioni sessuali in cambio di soldi

L’AQUILA. Un appartamento trasformato in una casa d’appuntamenti, donne cinesi fatte arrivare all’Aquila per lavorare come massaggiatrici e poi impegnate anche in prestazioni sessuali a pagamento, clienti gestiti attraverso applicazioni di messaggistica e gli incassi ritirati alla fine della giornata. È il quadro ricostruito dalla Squadra mobile dell’Aquila in un’indagine partita nel 2024 e tornata d’attualità nei giorni scorsi, quando una delle donne coinvolte nell’inchiesta è stata rintracciata nuovamente in città e raggiunta da un provvedimento cautelare. La cittadina cinese è stata individuata il 10 agosto dagli agenti mentre si trovava a bordo di un’auto che percorreva via Mausonia, proprio nella zona dove si trova l’abitazione finita al centro degli accertamenti.

Accompagnata negli uffici della Questura, le è stata notificata ed eseguita l’ordinanza con la quale il gip del tribunale dell’Aquila aveva disposto nei suoi confronti il divieto di dimora nel territorio comunale e provinciale del capoluogo. Il provvedimento rappresenta uno degli sviluppi dell’indagine condotta dalla Mobile sul presunto giro di prostituzione organizzato all’interno di un appartamento del capoluogo. I primi accertamenti risalgono all’estate del 2024, quando la polizia aveva verificato che nell’immobile veniva esercitata attività di prostituzione. Da quel momento gli investigatori hanno iniziato a ricostruire i rapporti tra le persone che gravitavano intorno all’abitazione, i contratti di locazione, i pagamenti e soprattutto le modalità con le quali le donne arrivavano all’Aquila e venivano messe in contatto con i clienti. Una delle piste ha riguardato un uomo di nazionalità cinese al quale risultava intestato il contratto di affitto.

L’uomo risultava infatti intestatario di numerosi contratti di locazione di immobili distribuiti in diverse città italiane, oltre ad avere ricoperto ruoli in varie attività commerciali. Un elemento che ha portato gli agenti a ipotizzare che quanto scoperto all’Aquila potesse andare ben oltre il singolo episodio isolato. È però soprattutto il controllo effettuato nel dicembre 2024 a consentire agli agenti di delineare il funzionamento dell’attività. Nell’appartamento vengono trovate due donne cinesi e materiale ritenuto compatibile con l’esercizio della prostituzione: numerosi preservativi, prodotti per l’igiene e indumenti utilizzati per gli incontri. Le due donne vengono accompagnate in questura e ascoltate con l’assistenza di un interprete. Dalle dichiarazioni raccolte emerge un sistema nel quale i contatti con i clienti non sarebbero stati gestiti direttamente dalle donne presenti nell’appartamento.

A occuparsene sarebbe stata un’altra persona, che attraverso la piattaforma di messaggistica concordava tipo di prestazione e prezzo e successivamente avvisava le donne dell’imminente arrivo del cliente. Secondo una delle testimonianze, gli incassi delle prestazioni venivano poi consegnati ogni sera a un uomo che raggiungeva l’abitazione per ritirarli. Elementi, questi, che hanno spinto la Squadra mobile a tratteggiare, nelle informative trasmesse alla Procura, l’ipotesi di un’organizzazione più ampia rispetto al singolo appartamento aquilano, potenzialmente collegata ad altri immobili presi in locazione in varie parti d’Italia e alla movimentazione di donne cinesi da una città all’altra. Il Gip ha ritenuto che, per alcune delle persone finite nell’indagine, gli elementi raccolti non fossero sufficienti a sostenere, allo stato degli atti, un pieno coinvolgimento nell’attività di favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione.

È il caso, tra gli altri, di un uomo italiano che aveva effettuato alcuni pagamenti relativi all’affitto dell’appartamento. Secondo il giudice, in assenza di ulteriori elementi sulla natura dei rapporti con le donne, quelle condotte potevano anche essere interpretate come forme di aiuto personale e non necessariamente come contributo consapevole all’esercizio della prostituzione. Analoga prudenza emerge nella valutazione della posizione di una delle cittadine cinesi, per la quale non sarebbe stato dimostrato un vantaggio economico derivante dall’attività svolta dalla coinquilina tale da configurare lo sfruttamento contestato. Diversa, invece, la posizione della donna raggiunta dal divieto di dimora. Nei suoi confronti il giudice ha ravvisato elementi sufficienti, in fase cautelare, per ritenere concreto e attuale il rischio di reiterazione di condotte analoghe, disponendone l’allontanamento dall’Aquila e dalla provincia.

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