Messi a tacere quanti parlavano di presunto processo alla scienza

27 Gennaio 2023

È stata fissata una verità storica che nessuno potrà discutere Quelle dichiarazioni furono percepite come rassicurazioni

L’ennesima sentenza in sede civile che condanna lo Stato a risarcire alcune delle vittime del terremoto del 6 aprile 2009 apre un capitolo nuovo nella storia di quanto accadde nei giorni che precedettero la scossa distruttiva.
La prima riflessione che viene da fare è che le sentenze emesse finora – che avranno comunque bisogno di essere confermate prima in Appello ed eventualmente in Cassazione – ridanno un senso al processo penale cosiddetto “Grandi rischi” che si è concluso in Cassazione con la condanna del vicecapo della Protezione civile dell’epoca Bernardo De Bernardinis.
Oggi altri giudici ci dicono che le dichiarazioni di De Bernardinis – fatte nel contesto dell’intervista televisiva del 31 marzo 2009, registrata prima della riunione della Commissione degli esperti – influenzarono i comportamenti di molte persone, ben di più di quelle che quella sentenza penale aveva “certificato”.
Insomma, la Protezione civile, quel 31 marzo di quasi 14 anni fa, lanciò dei messaggi rassicuranti che non avevano nessuna base scientifica, anzi prescindevano da ogni valutazione approfondita di quello che stava accadendo.
Dunque tutta la “canea” che si è sollevata da più parti su un presunto processo alla scienza intentato da “visionari”, con queste sentenze viene – ammesso che ce ne fosse bisogno – finalmente messa a tacere.
I parenti delle vittime non erano “impazziti” per il dolore (come pure fu detto in una assise pubblica) ma anzi erano perfettamente lucidi e consapevoli di quello che stavano facendo, molto più lucidi e consapevoli di chi invece aveva solo fretta di seppellire i morti e cominciare a intascare i miliardi pubblici della ricostruzione.
La sentenza Grandi rischi “combinata” oggi con le decisioni dei giudici in sede civile fissano una verità storica che nessun “revisionista” potrà mai mettere in discussione: la riunione degli esperti convocata “per mettere a tacere qualche imbecille” e le dichiarazioni che ne seguirono furono “percepite” dagli aquilani come vere e proprie rassicurazioni, il che fece sì che molti la notte fra domenica 5 e lunedì 6 aprile decisero di rimanere in casa. Questo resterà inciso nelle pietre vecchie e nuove dell’Aquila.
In questi anni non mi è mai capitato di incontrare aquilani – che quella notte erano in città, nelle frazioni e nei paesi vicini – che mi abbiano detto di non essersi sentiti rassicurati dagli “esiti” della commissione Grandi rischi.
Ci fu pure chi decise di non restare in casa ma lo fece solo perché si fidò del compianto Giampaolo Giuliani che era “l’imbecille” da mettere a tacere.
Tutto questo non deve far dimenticare la “macchia” di quel passaggio contenuto nella prima decisione in sede civile passata alla cronaca (e anche alla storia, ormai) come la sentenza choc. La speranza è che quella “macchia” venga cancellata al più presto in Appello.
Alla fine di tutto, fra sentenze e chiacchiere da bar, resta l’amarezza per quello che era chiaro sin dal primo minuto dopo la scossa: la città in quei sei mesi di “sciame sismico” fu abbandonata al suo destino.
E questa è una colpa che non è solo della Protezione civile dell’epoca.
Mai nessuno però ha chiesto scusa, anzi la storia del terremoto del 2009 si sta trasformando in un poema epico. Tutti eroi e salvatori della patria.
Contenti loro.
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