Mezzo secolo di vita e un’infinità di storie

Personaggi e aneddoti per raccontare le vicende dell’impianto, punto di riferimento per tanti giovani
AVEZZANO. In oltre mezzo secolo di vita, Cesolino, di storie da raccontare ne ha un’infinità, così come di personaggi che hanno caratterizzato la vita di questo centro sportivo.
Francesco Martini è stato il custode della struttura per ben 27 anni. È stato lui a dare l’ultimo giro di chiave al cancello che si è chiuso alle sue spalle: «Si, ed è stato un momento triste, come triste è la storia che mi è rimasta particolarmente impressa». Si fa serio Francesco quando inizia a raccontare: «Era da poco partito il classico centro estivo a pagamento, quello che permetteva a tanti genitori di “parcheggiare” da noi i loro ragazzi per tutta l’estate e tra i nostri piccoli ospiti ce n’era uno la cui famiglia aveva mille problemi e la mamma, per poter campare, era costretta a prostituirsi». Sembra una storia dell'altro secolo, e invece risale a meno di dieci anni fa. «Ricordo che un giorno, il bambino venne accompagnato come sempre dalla madre, che appena lasciato il ragazzo, si infilò nella macchina di un cliente che la stava aspettando. Mi venne da piangere».
Ma la storia di Cesolino è stata costellata anche da aneddoti simpatici, come quello raccontato da Antonio Del Gusto, amante del basket: «Erano gli anni ’60 e avevamo formato la prima società di pallacanestro della Marsica, partecipando al campionato di Promozione. Una domenica d’inverno», prosegue Del Gusto, «dovevamo ospitare il Teramo, ma il campo all’aperto era coperto di neve e così, al posto del consueto riscaldamento, prendemmo badili e scope e ci impegnammo tutti a sgomberare il rettangolo di gioco dalla coltre bianca».
Uno degli ultimi istruttori di calcio a lasciare Cesolino è stato Massimo Aseleti, allenatore per passione con un occhio particolare per i più giovani: «In una delle mie squadre avevo un ragazzo albanese che purtroppo non sono riuscito a salvare, perché di recente ho ritrovato il suo nome sulla cronaca nera locale. Era introverso, perché in Albania era cresciuto in mezzo alla violenza, tanto che nei primi tempi veniva ad allenarsi con una mazza di legno dentro la borsa da gioco. Riuscii a fargli capire che non era il caso e per cercare di cambiarlo, lo responsabilizzavo per il ruolo che ricopriva in campo e gli affidavo la fascia da capitano, ma la sua infanzia lo aveva segnato dentro in maniera irreversibile e oggi sta pagando il suo conto con la giustizia».
Cesolino ha legato la propria esistenza in particolare al calcio, quello praticato ancora oggi a livello amatoriale da Tommaso Fiori: «Era il 1972 e con la mia squadra vincemmo il campionato allievi e come premio il parroco don Giuseppe ci fece avere 1000 lire (complessivamente) in una busta, ma si raccomandò al custode dell’epoca (Alfredo Di Stefano), di non rovinare la busta e di fargliela avere indietro». Altri tempi, ma tra non molto Cesolino tornerà a vivere un presente che si preannuncia ricco di novità. (p.oli.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA .

