Mio padre Antonio Villani unì giustizia e pietà cristiana

16 Novembre 2015

In occasione dell’intitolazione dell’aula magna del tribunale al compianto presidente Antonio Villani, pubblichiamo un ricordo del figlio. di CRISTIAN VILLANI Mio padre, alle volte, si toglieva gli...

In occasione dell’intitolazione dell’aula magna del tribunale al compianto presidente Antonio Villani, pubblichiamo un ricordo del figlio.

di CRISTIAN VILLANI

Mio padre, alle volte, si toglieva gli occhiali… si stropicciava gli occhi e subito dopo, senza dire una parola, mi guardava sorridendo affettuosamente: in quel sorriso c’era tutto il bene del mondo. Scrivere di lui mi ha richiesto di tornare in un luogo caro alla mia infanzia (una casa immersa nella campagna) dove, in sommesse notti, cercare di abbozzarne un ritratto: per dirla con E. M. Cioran “la memoria piange” perennemente dopo la sua scomparsa. Antonio “Tonino” Villani era nato a Campobasso nel 1935, aveva una personalità improntata alla modestia ed alla riservatezza. Cordiale nei toni e nel porsi, aveva ricevuto un’educazione cattolica e una formazione umanistica. Per 45 anni ha esercitato la professione di magistrato. Dopo un breve periodo di lavoro presso l’Inps di Grosseto, fu nominato nel 1961 uditore giudiziario. Presente a Sulmona e Piove di Sacco in veste di uditore vice-pretore prima e pretore poi, pervenne successivamente all’Aquila, città che amava anche per l’affetto che lo legava alla sua famiglia di origine che lì si era trasferita: il padre Eugenio (dipendente della Banca d’Italia), la madre Elena, la sorella Ida. Nel 1968, quale giovane sostituto procuratore affiancò il Pm Armando Troise nel processo di primo grado del Vajont. Anni dopo, nel 2002, in qualità di Presidente del Tribunale della città, autorizzerà, per la prima volta, per motivi di ricerca storica, la consultazione della documentazione processuale relativa a quella immane tragedia (che era custodita in un locale degli uffici giudiziari aquilani), dando così un impulso decisivo allo sviluppo dell’archivio diffuso del Vajont, di cui si occuperà lo storico Maurizio Reberschak e che, adesso, si sta cercando di fare entrare nel registro della memoria del mondo dell’Unesco. Nel 1971, esercitando ancora funzioni requirenti, si occupò della nota “rivolta aquilana” per la scelta del capoluogo regionale, vicenda che, come ebbe a rilevare l’allora Procuratore Generale Conte (che lo elogiò anche ufficialmente), fu “un procedimento che richiese un enorme sacrificio e un dispendio di energie protrattosi anche durante le ore notturne”. Nel 1975 fu tramutato al Tribunale dell’Aquila con, inizialmente, le funzioni di giudice istruttore penale, divenendone nel 1981 Presidente di Sezione (gli sarà affidata, tra l’altro, la Presidenza della Sezione Lavoro, la direzione di tutta l’attività in materia penale del Tribunale e della Corte di Assise; la Presidenza del Tribunale della Libertà e della Sezione Civile specializzata per tossicodipendenti). La Corte di Cassazione rimise alla sua persona gli atti e i documenti relativi all’eccidio di Patrica, affinché ne istruisse il relativo procedimento penale. . In seguito, la sua vita professionale incrociò nuovamente vicende che ebbero notevole risonanza e che, si può dire, appartengono alla storia giudiziaria dell’Abruzzo. Presiedette il processo per l’omicidio di Pescina (1988); quello per il delitto di Case Castella, a Balsorano (1991) - che fu, in assoluto, il primo processo in Italia ad ammettere come valida la prova del test sul Dna; il processo per l’assegnazione dei Programmi operativi plurifondo – Pop da parte della giunta regionale abruzzese dell’epoca (1994); quello per il duplice omicidio del Morrone (1999). Sul fronte della vita privata, ha compiuto con l’Unitalsi un quarantennale e personalissimo percorso in favore dei disabili; va inoltre rilevato il suo impegno per l’affermarsi dello scautismo nella città dell’Aquila. Suo fu poi l’interessamento perché il museo della famiglia Pietropaoli – la famiglia di mia madre Annarita – che, oltre al resto, comprendeva l’imponente erbario (oggetto di una mostra nel 2005) e una ricca raccolta entomologica curati dal canonico Enrico Signorini, fosse donato al Museo di Scienze Naturali ed Umane nel Convento di San Giuliano, dove con abnegazione se ne occupò poi Padre Gabriele Marini. Con mia sorella Antonella abbiamo vissuto con lui momenti felicissimi ed indimenticabili. Dei suoi amici, quello che mi è rimasto più impresso è stato Monsignor Luigi del Gallo di Roccagiovine. Quando è scomparso ho sentito parole edificanti nei suoi confronti. Si è ora trovato anche un modo per ricordarlo. A mio modesto parere c’è però forse una ragione molto più semplice ed immediata perché la sua memoria meritasse di perdurare che è questa: un uomo e un magistrato dovrebbero essere così.