Mistero a L’Aquila. Cranio ritrovato nel bosco: potrebbe essere di Marco Benso

I resti trovati per caso da escursionisti in una zona impervia e boscosa del Monte Cagno. Saranno decisivi gli esami scientifici e il Dna
L’AQUILA
Potrebbero essere di Marco Benso i resti di un cranio ritrovati ieri, a circa 1.700 metri di quota, nella zona del Monte Cagno. È qui, tra la vegetazione fitta e fuori dai sentieri battuti, che alcuni giovani escursionisti hanno fatto, alle 14, la scoperta destinata a riaprire una ferita mai rimarginata: hanno notato quello che sembrava un sasso dalla forma insolita, lo hanno mosso con un bastone e si sono accorti che era un teschio. Immediata la chiamata alle forze dell’ordine. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Avezzano, impegnati nei rilievi e nei primi accertamenti. Il ritrovamento arriva a 744 giorni dalla scomparsa dell’ex dirigente romano, svanito nel nulla la mattina del 29 luglio 2024, durante una vacanza a Rocca di Mezzo. Al momento, ovviamente, i resti non sono stati ufficialmente attribuiti all’anziano. A far pensare a Benso, però, ci sono elementi considerati particolarmente significativi dagli investigatori. Il cranio presenta infatti segni riconducibili a interventi chirurgici del passato compatibili con quelli a cui l’uomo era stato sottoposto. La certezza, tuttavia, potrà arrivare soltanto dagli esami scientifici. Il cranio dovrà essere sottoposto ad accertamenti e il Dna estratto dai resti sarà confrontato con quello dei familiari. La procedura dovrà essere disposta dalla Procura dell’Aquila e gli esami affidati al Ris di Roma. I tempi tecnici non sono certi: potrebbero essere necessari alcune settimane o anche un paio di mesi. Solo la comparazione genetica potrà fornire la risposta definitiva.
L’ULTIMA MATTINA
Era il secondo giorno di vacanza quando, intorno alle 7.45 del 29 luglio 2024, Benso era uscito a piedi. Indossava una maglietta e pantaloncini rossi. Era diretto verso il bar del paese, dove aveva preso un caffè. Non aveva con sé il portafogli e, avendo confidenza con il barista, aveva detto che sarebbe tornato a casa a prendere i soldi. È stata proprio una telecamera della zona a consegnare agli investigatori l’ultima immagine. Benso viene ripreso mentre percorre a piedi la strada di circa due chilometri che dal paese conduce verso i Cerri, diretto verso l’abitazione dove, però, non è mai arrivato. Una strada immersa nel verde, che costeggia il cimitero e una zona boschiva. Per trovarlo erano state mobilitate tutte le forze disponibili. Carabinieri, vigili del fuoco, soccorso alpino e speleologico, forestali, Guardia di finanza, droni ed elicotteri avevano battuto il territorio. Le squadre avevano registrato con il Gps i percorsi effettuati, così da poter ricostruire sulla mappa le aree effettivamente coperte durante le ricerche. E la famiglia non aveva mai smesso di cercare. Volantini, appelli, una ricompensa di 4 mila euro per chi avesse fornito informazioni utili: ogni possibile pista era stata seguita, ogni segnalazione verificata. Il volto di Benso era rimasto sui manifesti e nella memoria della comunità, mentre il tempo continuava a passare senza dare una risposta.
ZONA IMPERVIA
Ora quella risposta potrebbe essere arrivata proprio dalla montagna. Ma restano da accertare moltissime cose. L’identità, appunto, e il collegamento con l’eventuale morte e la zona del ritrovamento dei resti, particolarmente impervia, fuori da qualsiasi sentiero e caratterizzata da una vegetazione molto fitta. «È una zona molto fitta di cespugli», spiega il sindaco di Rocca di Cambio, Gennarino Di Stefano, sottolineando come il cranio fosse difficilmente individuabile. La sua scoperta, dunque, potrebbe essere stata del tutto casuale. I primi controlli nell’area circostante non hanno permesso di trovare altri resti, né la maglietta rossa o altri elementi riconducibili all’abbigliamento di Benso. Ma si tratta, per ora, di una prima ricognizione: gli investigatori, se la Procura lo richiederà, potrebbero ampliare il raggio delle ricerche per verificare la presenza di altre ossa o tracce. Ed è proprio questo uno dei punti sui quali dovranno concentrarsi gli accertamenti. A distanza di oltre due anni, il cranio potrebbe essere rimasto nel luogo in cui la persona è morta oppure essere stato spostato. La vegetazione, gli animali selvatici e il tempo possono avere modificato profondamente lo scenario. Un animale potrebbe aver trascinato o spostato i resti, rendendo oggi impossibile stabilire, sulla sola base del ritrovamento, il punto esatto della morte.
RISPOSTA DAI RIS
Saranno gli esami forensi a fornire ulteriori elementi. Il Ris dei carabinieri potrà analizzare il cranio, valutare le condizioni dei resti e cercare eventuali segni che possano indicare un trascinamento o il passaggio di animali. Potrà inoltre contribuire a ricostruire, per quanto possibile, da quanto tempo i resti siano rimasti esposti alle intemperie. «Per noi, nell’immediatezza, è un teschio», spiegano gli investigatori. Tutto il resto dovrà essere stabilito dalle analisi. Anche perché, pur essendo compatibile con la scomparsa di Benso, il ritrovamento non costituisce ancora una prova definitiva. La zona è quella in cui l’uomo era scomparso e le placche metalliche sul cranio rappresentano un elemento importante. Ma soltanto il Dna potrà chiudere il cerchio. Il ritrovamento, intanto, cambia radicalmente la direzione dell'indagine. Dopo 744 giorni di silenzio, Monte Cagno potrebbe aver restituito una risposta alla domanda che la famiglia di Marco Benso continua a porsi dal 29 luglio 2024: che fine ha fatto quell’uomo uscito di casa per un caffè e mai più tornato.
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