Il figlio dello scomparso Marco Benso: «È mio padre, sono sicuro. Spero non abbia sofferto, per noi finisce un’agonia»

14 Agosto 2026

Dopo la scoperta di un cranio parla Stefano: «Un grande dolore ma finalmente potremo dargli sepoltura». Attesa per il Dna

L’AQUILA. «Sono sicuro al cento per cento che sia mio padre. E sono felice, perché almeno adesso possiamo dargli una sepoltura, avere un posto dove andare a piangerlo». Dall’altra parte del telefono, mentre è in Sardegna per lavoro, Stefano Benso parla con la voce di chi ha aspettato questa risposta per 744 giorni. Una certezza che per lui è già arrivata, prima ancora del Dna: quelle placche metalliche sul cranio, compatibili con quelle dell’intervento subito dal padre, sono l’elemento che gli basta per riconoscerlo. «Per me non c’è dubbio, sono certo che sia lui», ripete Stefano. E adesso che il Monte Cagno ha restituito un possibile volto alla scomparsa di Marco, la famiglia può finalmente cominciare a fare i conti con una verità che per più di due anni era rimasta sospesa. Il cranio trovato mercoledì da alcuni giovani escursionisti, a circa 1.700 metri di quota, in una zona impervia e fuori dai sentieri, è infatti compatibile con quello che la famiglia attendeva di ritrovare dal 29 luglio 2024.

Quel giorno Marco Benso, ex dirigente romano, era uscito dalla casa dove trascorreva le vacanze a Rocca di Cambio. Era andato al bar per un caffè, poi si era incamminato verso casa. Una telecamera lo aveva immortalato mentre percorreva la strada verso i Cerri. Da lì, il nulla. Le ricerche non si sono mai davvero fermate. Carabinieri, vigili del fuoco, soccorso alpino, forestali, Guardia di finanza, droni ed elicotteri avevano battuto una vasta porzione di territorio. La famiglia aveva continuato a cercare, distribuendo volantini, lanciando appelli e offrendo anche una ricompensa di 4mila euro per chi avesse fornito informazioni utili.

Poi la scoperta casuale. «È una zona dove noi non eravamo mai passati», racconta Stefano. Ed è proprio questo uno dei punti che più lo colpiscono. Il luogo del ritrovamento, pur essendo relativamente vicino alla zona da cui il padre si era allontanato, era particolarmente difficile da raggiungere: vegetazione fitta, cespugli, nessun sentiero evidente. «Secondo me lui era salito, perché aveva tutte le sue energie rivolte verso l’alto. Sarebbe dovuto riscendere». Ma non è mai tornato. «Avrà perso l’orientamento», ipotizza il figlio. Poi la frase che racconta tutta la sofferenza di questi due anni: «Io spero che sia caduto, che abbia sbattuto la testa e che non abbia sofferto. Questa è la verità». Adesso toccherà alla scienza mettere il punto definitivo. Il cranio dovrà essere analizzato dal Ris e il Dna estratto dai resti confrontato con quello dei familiari.

Gli esami potranno fornire anche altri elementi utili a ricostruire che cosa sia accaduto e da quanto tempo quei resti si trovassero nella zona. Per Stefano, però, la risposta è già arrivata. «Io sinceramente non so se serva altro, ma mi sembra opportuno continuare a cercare, per vedere se viene fuori qualcosa». Non soltanto per identificare Marco, dunque, ma anche per capire come sia morto, se quello sia il luogo della morte e se nella vegetazione possano esserci altri resti o elementi utili alle indagini. La famiglia, intanto, prova a trasformare una tragedia in un punto di ripartenza. «Mia mamma credo sia un pochino più sollevata», racconta Stefano. «Sto cercando di farle forza e di dirle che, nonostante sia una notizia tragica, dobbiamo gioire perché ci sono persone che non vengono trovate mai più. Noi invece abbiamo avuto la fortuna di trovarlo».

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