Molinari: il sisma ha accentuato i difetti degli aquilani
Il presule traccia un bilancio della sua attività pastorale: dai disoccupati Italtel ai terremotati, io sempre tra la gente
L'AQUILA. Il vescovo del popolo, dei cortei con i lavoratori, dei moniti e delle bacchettate alla classe politica. Soprattutto, il vescovo della gente, che porta sulla pelle, come tutti gli aquilani, il peso del sisma del 2009. In quell'occasione, più che in altre, ha dovuto raccogliere le forze e guidare le anime smarrite e attonite dei suoi fedeli. Domani, monsignor Giuseppe Molinari, arcivescovo emerito dell'Aquila, compie 80 anni. Un traguardo che lo riporta indietro nel tempo, in un flashback pieno zeppo di ricordi.
Monsignor Molinari, il suo è sempre stato un rapporto speciale con gli aquilani. Quali sono i ricordi che più la legano alla città?
«Il primo risale al 29 giugno 1998, quando fui ordinato Arcivescovo dell'Aquila da Papa Giovanni Paolo II. Accanto a me c'era anche Jorge Mario Bergoglio, il nostro Papa. Ricordo che la basilica di San Pietro, a Roma, era stracolma di aquilani venuti a salutarmi. Quando venne pronunciato il mio nome, si levò alto un grido di giubilo tanto che don Stanislao, allora segretario particolare di Papa Wojtyla, mi disse: “Ti vogliono proprio bene”. Il calore dimostrato in quell'occasione mi scaldò il cuore. Tornando all'Aquila, fui accolto alla Fontana Luminosa dal sindaco Biagio Tempesta, che fece stampare addirittura un manifesto per festeggiare la mia elezione. Sfilammo fino alla sede della Curia, tra due ali di folla in festa. Ricordo che fu un'emozione davvero indescrivibile».
L'altro ricordo?
«Dalla gioia al dolore: la notte del 6 aprile 2009. Nella mia mente restano indelebili le immagini della paura, del dolore, della tragedia vissuta dagli aquilani. Ricordo il momento dei funerali delle 309 vittime: la fila di bare allineate, che sembrava non finire mai. Pronunciai solo poche parole, chiamai per nome alcune vittime che conoscevo. Consolare i miei fedeli, in quel momento, è stato difficile, il dolore era lancinante, immenso. Un fardello pesante, come quello che, da allora, portano tutti gli aquilani».
Per anni, anche da arcivescovo, la gente continuava a chiamarla don Giuseppe. Perché?
«Ho cercato di fare quello che facevo da parroco e credo sia stato apprezzato. Ero molto presente, partecipe alla vita della città. Ricevevo tantissime persone, cercavo di ascoltarle, di stare vicino a tutti, soprattutto ai più bisognosi. Dopo il sisma ho avviato una serie di visite nelle parrocchie aquilane: era il momento di massima sofferenza per la comunità che guidavo e volevo sincerarmi delle necessità delle famiglie, della loro salute, di come stava chi aveva perso la casa o qualche familiare. Volevo portare anche un barlume di speranza, che non deve spegnersi mai».
Le sue “bacchettate” ai politici hanno fatto scuola.
«Erano inviti, esortazioni e, a volte, moniti. La politica, come diceva Pio XI è la forma più alta di carità, deve occuparsi del bene della polis. Chi riveste posti di potere e governa il popolo è chiamato ad essere un uomo di carità. I super stipendi dei burocrati sono una scandalo che grida vendetta».
Lei ha sfilato anche al fianco degli operai ex Italtel, in lotta per il lavoro. Un'immagine lontana dagli stereotipi canonici del vescovo.
«Volevo manifestare la mia vicinanza ai lavoratori che rischiavano il licenziamento. C'erano padri di famiglia disperati, tante donne che difendevano il salario. Seppi anche che erano arrivati dei fondi, che furono dirottati su Milano, dove c'erano delle aziende in crisi. Era il 2000. Andai nello stabilimento ex Italtel, con la scusa di fare gli auguri agli operai e posi il quesito pubblicamente. Mi premeva solo difendere il salario di centinaia di famiglie».
Quale augurio si sente di rivolgere, oggi, agli aquilani?
«Auguro a tutti la speranza in una rinascita vera. Gli aquilani non si stimano abbastanza: L'Aquila ha una bella storia, ma dopo il terremoto, che è un'enorme tragedia, la città si è abbrutita, l'immagine della nostra comunità si è ingrigita. Il sisma ha fatto emergere il lato più scuro degli aquilani, accentuando le divisioni, le facili competizioni. Bisogna riscoprire i valori umani e spirituali, scavando e piangendo tra le macerie».
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