Monito del vescovo Massaro: «Chi licenzia e toglie il lavoro commette peccato gravissimo»

Il presule fa il punto del suo ministero ad Avezzano, tra crisi aziendali e migranti «L’integrazione è già una realtà, ma dobbiamo accompagnarla e proteggerla»
AVEZZANO. È una Marsica straripante di speranza quella che viene fuori dal dialogo col vescovo Giovanni Massaro (nella foto coi lavoratori della LFoundry), ma anche costellata di questioni irrisolte. Classe 1967, nato ad Andria, in provincia di Barletta-Andria-Trani, da una famiglia di robuste radici cristiane, prima di arrivare ad Avezzano era dal 2009 vicario generale della diocesi di Andria. Ora, a tre anni dall’inizio del suo ministero nella Marsica, il vescovo traccia un bilancio del cammino percorso, affrontando con lucidità e fiducia le sfide sociali, pastorali e spirituali di un territorio ricco di storia e tradizioni, ma segnato da spopolamento e crisi identitarie. Dalla carenza di vocazioni alla necessità di una pastorale più incisiva, dall’integrazione degli immigrati alle problematiche giovanili, emerge un ritratto di una comunità in evoluzione, chiamata a riscoprire le radici della fede e a lavorare insieme per costruire un futuro di speranza. Ecco il racconto, in poche domande, di una Chiesa che non si arrende, ma si rinnova.
Che Marsica ha trovato tre anni fa e che Marsica ha davanti oggi?
«Sono arrivato tre anni fa nella Marsica senza conoscerla e con tanta trepidazione ma con la profonda convinzione di trovare un popolo buono e accogliente. E così è stato. Ringrazio Dio per questi tre anni di ministero episcopale in questa terra. Ritengo ormai solido il legame che mi unisce alla Marsica e ai suoi abitanti ed è significativo il reciproco affetto che sempre più va crescendo. Oggi la Marsica è la mia casa e ne sono molto felice».
Cosa invece, secondo lei, manca nel territorio?
«La Marsica è un territorio che si caratterizza non solo per la bontà di chi vi abita, bensì anche per la bellezza e la varietà del suo paesaggio, per la ricchezza della sua storia e delle sue tradizioni. Va però ulteriormente valorizzato il grande patrimonio naturale, culturale, artistico, umano e religioso. È necessario dare sostegno alle attività commerciali e rilanciare l’agroalimentare. Le problematiche non mancano ma noto una maggiore disponibilità da parte di istituzioni».
Spesso un sacerdote guida più parrocchie a causa della carenza di vocazioni. Come immagina questo territorio nei prossimi anni?
«Non è solo diminuito il numero dei sacerdoti bensì anche il numero degli abitanti, soprattutto nei piccoli borghi, nonché il numero dei cristiani che vivono una reale appartenenza alla Chiesa. Non dobbiamo di certo farci determinare dai numeri, ma non possiamo non guardare con lucidità la realtà e prendere coscienza che essa è cambiata. Il limite deve però diventare una risorsa e una prospettiva per la “conversione pastorale” che non interessa solo il clero ma l’intero popolo di Dio che è nella chiesa dei Marsi. Non è più pensabile che ogni parrocchia abbia un parroco a tempo pieno, ma dobbiamo attivarci affinché tutte le comunità parrocchiali siano vive e vitali con il contributo importante dei fedeli laici e dei diaconi. L’intento è quello di custodire la storia e l’identità di ogni comunità parrocchiale, migliorando l’azione pastorale».
E come fare ciò?
«Diventa necessaria una revisione graduale ma effettiva dei rapporti tra presbiteri, diaconi e laici che vada nel senso di un’effettiva partecipazione, collaborazione e condivisione».
Quali sono le emergenze sociali che riscontra più frequentemente? E quali invece le esigenze spirituali più incombenti?
«Più che di emergenze sociali parlerei di sfide sulle quali siamo tutti chiamati a interrogarci. Nella mia ultima “Lettera Pastorale”, consegnata lo scorso mese alla comunità diocesana, provo a elencarle: mancanza di lavoro, esistenza di industrie il cui futuro è incerto, fuga dei giovani verso altri territori per studiare o per trovare lavoro, integrazione di coloro che provengono da paesi stranieri, il difficile accesso alle cure mediche da parte di tutti i cittadini, il diffuso ricorso, soprattutto da parte dei giovani, all’alcol, alla droga e alla ludopatia. In merito alle esigenze spirituali ritengo che si debba coraggiosamente passare da una pastorale di conservazione fatta solo di tradizioni a una pastorale di evangelizzazione. La fede non è solo manifestazione esteriore: chiede il coraggio di coltivare il rapporto con Dio, di convertire il cuore, di rimettere al centro Cristo e la sua Parola. Va rivisto lo stile della catechesi, talvolta ancora troppo vicino a quello nozionistico e poco a quello di un’autentica esperienza di fede. Aiutare a credere in Dio: questo è il cuore del mio servizio di vescovo».
È preoccupato per la vertenza LFoundry, per la quale anche lei si sta battendo in questi giorni?
«Tornare a casa per i lavoratori di LFoundry significa non riuscire più a portare a casa il pane e soprattutto perdere la dignità perché è il lavoro che dà dignità a ogni uomo. A rischiare di essere licenziati sono uomini e donne che qui lavorano da tanti anni e farebbero di conseguenza grande fatica a trovare un nuovo impiego. Ma ci sono anche giovani che lavorano in azienda da poco tempo e che coltivano sogni e progetti e che ora con il licenziamento vedono svanire ogni cosa. L’incertezza delle condizioni lavorative si riversa poi all’interno delle famiglie e rischia anche di deteriorare i rapporti. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati “non è Domenica” e spesso le feste diventano giorni di tristezza perché manca il lavoro del Lunedì. Il lavoro fa bene alle persone, dà sicurezza economica alle famiglie ma favorisce anche lo sviluppo sociale e l’economia di un Paese. LFoundry è un pilastro economico per la Marsica e non può essere perso».
Cosa pensa di chi fa prevalere gli interessi economici su quelli umani e sociali?
«Chi per manovre economiche licenzia dipendenti, chiude o trasferisce fabbriche o aziende lavorative togliendo lavoro agli uomini compie un peccato gravissimo. È necessario pertanto compattarci come cittadini, come Istituzioni e, in maniera molto pacifica, così come sta avvenendo, invitare la dirigenza dell’azienda a revocare il piano e a garantire il lavoro e un futuro a tutti i dipendenti. La Costituzione Conciliare “Gaudium et spes” afferma che le angosce e le sofferenze degli uomini d’oggi sono anche le angosce e le sofferenze dei discepoli di Gesù. Come Chiesa non possiamo stare tranquilli se questi nostri fratelli non recuperano pace e serenità».
Dal Sinodo al Giubileo: come si sta preparando la Chiesa marsicana a questo grande evento?
«Stiamo vivendo la fase profetica che costituisce l’ultima fase del cammino sinodale, durante la quale siamo chiamati come Chiesa nazionale e locale a fare scelte concrete per guardare al futuro con speranza. E la speranza costituisce il messaggio centrale del prossimo Giubileo. Tutti sperano ma incontriamo spesso persone sfiduciate che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo come se nulla potesse offrire loro felicità. Il Sinodo è per la nostra Chiesa una grossa opportunità di crescita e ci sta insegnando soprattutto uno stile, un modo di essere Chiesa camminando insieme in ascolto gli uni degli altri e in obbedienza a ciò che lo Spirito Santo ci suggerisce. La speranza cristiana non coincide con il semplice ottimismo di chi dice “andrà tutto bene”, ma è la virtù di chi sa che lo Spirito Santo continua a guidare la storia di ciascuno di noi e il cammino della Chiesa, anche nei momenti che percepiamo come bui. L’Anno giubilare è pertanto in continuità con il Sinodo e le iniziative programmate in diocesi intendono risvegliare la speranza nonché offrire concretamente segni di speranza in un mondo che pare averla smarrita».
Ha più volte radunato gli amministratori locali e chi ha responsabilità politiche e sociali per camminare insieme verso la stessa direzione. Come sta andando il percorso?
«Sono molto soddisfatto degli incontri con gli amministratori locali perché sta crescendo l’importanza di un lavoro sinergico innanzitutto tra le comunità civili della Marsica e poi tra la comunità civile e quella religiosa per affrontare insieme i problemi. La vita di fede è incarnata nella vita civile e anche noi cristiani, come membri della comunità civile, dobbiamo offrire il nostro contributo perché la realtà civile possa allargarsi agli orizzonti della carità e possa allargare gli orizzonti della carità. È necessario fare rete, in primo luogo tra i comuni, superando la logica del rigido campanilismo».
Un’importante fetta del territorio diocesano è abitata da immigrati e profughi. Come li vede inseriti nel tessuto sociale? Ci sono ancora pregiudizi? C’è ancora da fare?
«I dati Istat ci dicono che i cittadini stranieri che abitano il territorio diocesano sono l’8,8%, leggermente superiore rispetto al dato nazionale (8,5%). I richiedenti asilo e profughi, in questo quadro, rappresentano invece una porzione piccolissima. Ma se i numeri sono una fotografia quantitativa realistica, non riescono a rappresentare la ricchezza di storie, volti e persone. Quando parliamo di immigrati, dobbiamo ricordare che con questo termine indichiamo i lavoratori che animano le nostre realtà produttive, le famiglie che abitano i nostri quartieri e i nostri paesi, gli studenti che popolano le nostre scuole. Sono le donne che curano i nostri anziani, sono imprenditori e artigiani impegnati nella ristorazione, nell’edilizia, nel commercio. Sono i vicini di banco alla Messa della domenica, visto che la porzione maggiore di immigrati professa la religione ortodossa e spesso frequenta la parrocchia. Osservando la quotidianità non vedo, nel nostro territorio, i segni della segregazione o della contrapposizione culturale. L’integrazione è già una realtà, ma dobbiamo accompagnarla e proteggerla. Anche i rapporti con gli Imam e i rappresentanti delle altre religioni sono cordiali, ci scambiamo sempre gli auguri in occasione delle festività e c’è partecipazione attiva in iniziative di educazione alla pace e alla dignità umana, temi trasversali per tutti gli uomini di buona volontà. Siamo tutti chiamati a rendere questi segni cultura diffusa».
Il panorama religioso del mondo giovanile è cambiato profondamente e continua a cambiare. I giovani, sempre più spesso tirati in ballo, sono un potenziale per questo territorio a rischio spopolamento, ma sono soprattutto una necessaria risorsa umana e spirituale, parte integrante per la Chiesa di Cristo. È preoccupato per l’allontanamento dalla Chiesa delle nuove generazioni nell’Occidente? Cosa può fare la Chiesa d’oggi e come sta lavorando la Chiesa diocesana con loro?
«I giovani sono una risorsa per la società e per la Chiesa. Un mondo senza giovani è un mondo grigio, senza colori. Con i giovani ho un rapporto molto bello e intenso. Li incontro spesso non solo nelle parrocchie, bensì recandomi nelle scuole, nelle associazioni sportive e partecipando alle tante iniziative che li vedono protagonisti. Non è vero che sono peggiori rispetto a ieri. Non vogliono adulti perfetti o che dicano loro cosa devono fare bensì che stiano con loro, li ascoltino e parlino soprattutto con l’esempio e la testimonianza. I giovani chiedono alla Chiesa proposte serie e coraggiose. In questi anni ho visto tanti giovani partecipare ad iniziative spirituali e a esperienze di servizio impegnative. Dai lavori sinodali è emersa la grande fatica delle comunità parrocchiali ad attirare i giovani dal post-cresima in poi. Dobbiamo saper osare di più perché in realtà i ragazzi cercano una Chiesa più al passo dei tempi, capace di stare con loro ponendosi in ascolto delle loro amarezze ma anche dei loro sogni. I giovani chiedono percorsi seri, proposte autenticamente evangeliche e testimoni veri. Non vogliono mediocrità, ipocrisia e soluzioni annacquate di compromesso».
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