Morto Cecchini, la sua vita è il romanzo del Novecento

6 Gennaio 2021

L’avvocato aveva 95 anni, un principe del Foro dalla straordinaria umanità

L’AQUILA. È morto un Uomo. Oltre l’avvocato, oltre il giornalista, oltre il principe del Foro. Attilio Cecchini (don) se n’è andato a 95 anni (ne avrebbe compiuti 96 il 20 marzo prossimo). In silenzio. In pochi – solo la famiglia e gli amici più intimi – sapevano che da qualche tempo era ricoverato all’hospice dell’ex Onpi. Una brutta malattia, alla fine, l’ha avuta vinta. La biografia di Attilio Cecchini è il romanzo del Novecento. Secolo travagliato e insanguinato, ma durante il quale “don Attilio” ha percorso a testa alta le strade che la vita gli ha messo di fronte senza mai accettare compromessi, rischiando di persona e con un obiettivo ben chiaro: perseguire la verità e affermare la giustizia. Lo ha fatto difendendo fino allo stremo delle forze – e delle possibilità che la legge gli ha messo a disposizione – un muratore (Michele Perruzza) accusato di un crimine orrendo ma che lui riteneva innocente. Lo ha fatto durante il processo cosiddetto Grandi Rischi sul post sisma del 2009. Lo ha fatto ogni volta che è stato chiamato a essere “parte” in un’aula di tribunale.
I cronisti dei quotidiani locali sanno bene che durante le sue arringhe non volava una mosca: voce corposa, argomenti messi in fila con una chiarezza estrema, duro senza mai eccedere, rispettoso sempre di tutti. Ha avuto molti “imitatori” ma la sua grandezza resterà “unica” nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
UMANITÀ. Smessa la toga, Attilio Cecchini, rivelava tutta la sua umanità. La mancata assoluzione di Michele Perruzza lo ha fatto soffrire molto e gli ha lasciato dentro un segno profondo, consapevole, come era, di non essere riuscito a evitare un’ingiustizia. Altro “vulnus” è stato il processo cosiddetto “Grandi Rischi” – nato a seguito delle “rassicurazioni” degli esperti prima del terremoto del 2009 – nel quale Cecchini rappresentava alcune parti civili. In Cassazione finì con quasi tutte assoluzioni. Dei suoi sentimenti è testimone chi scrive. In due lettere “personali” – a distanza di un anno una dall’altra – espresse concetti profondi che vanno molto al di là del penalista e del “tecnico” delle leggi. Le conservo come reliquie.
IN VENEZUELA. La vita di Attilio Cecchini è fatta di tanti momenti. Va in Venezuela nel 1950 come “trattorista agricolo” a cercare fortuna in una nazione che allora era l’Eden per tanti emigrati italiani (oggi è un Paese povero da cui tutti cercano di scappare). Lascia l’Italia con una laurea in Giurisprudenza in tasca e dopo aver maturato le prime esperienze da avvocato. Ma la sua grande passione è il giornalismo e insieme a un altro abruzzese, Gaetano Bafile (deceduto nel dicembre 2008 dopo essere tornato più volte all’Aquila per rivedere l’amico Cecchini), fonda la Voce d'Italia, un giornale per gli italiani in Venezuela, ma che ben presto diventa organo di denuncia di ingiustizie e soprusi. È corrispondente dall’America Latina di Paese Sera sulle cui colonne non esita a raccontare le brutture del regime venezuelano. La sua vita a Caracas è sconvolta dalla morte della sorella Maria, colpita da un proiettile vagante mentre si trova in banca. Nel periodo venezuelano intervista personaggi importanti fra cui Juan Domingo Peron che nel 1956 è costretto a lasciare l’Argentina e in agosto fa una tappa a Caracas. Il Cecchini giornalista viene poi “immortalato” dal futuro Premio nobel Gabriel Garcia Marquez che nel 1974 lo cita nel libro “Un giornalista felice e sconosciuto”.
IL RITORNO. Nel 1960 torna all’Aquila dove riprende l’attività di avvocato ma è anche partecipe della vita culturale. Si occupa della storia della città e con Luigi Lopez realizza una guida turistica ancora oggi molto apprezzata. A fine anni Sessanta in un reportage della Rai parla fra le altre cose del ruolo che la stampa cominciava ad avere all’Aquila in un momento in cui il boom economico era arrivato anche in “periferia”.
LA POLITICA. Nel 1994 Cecchini prova l’avventura in politica, si candida a sindaco, ma non accetta di essere inquadrato in categorie precise. Quello fu l’anno in cui i sindaci cominciarono a essere eletti direttamente dai cittadini. Lui si schierò, solo, contro il centrodestra guidato da Forza Italia (che dopo la fine della Dc e dei vecchi partiti registrava un successo dopo l’altro) e il centrosinistra che alla fine la spuntò con Antonio Centi. Tutti si aspettavano il flop di Cecchini che invece, pur non andando al ballottaggio, ottenne un numero di voti impensabile alla vigilia. Molti, ancora adesso, ritengono quella una occasione persa per la città. Cecchini non se ne fece una malattia e continuò il suo lavoro nelle aule di tribunale. Con i giornalisti della cronaca giudiziaria ha sempre avuto un rapporto franco e corretto. Bastava un suo sguardo per capire fin dove si poteva arrivare a chiedere notizie e chiarimenti.
IL TERREMOTO. Il terremoto del 2009 lo colse, a 84 anni, nella sua casa di via Cascina. «Alle 3.32 non sono stato svegliato dalla scossa ma da un sibilo fortissimo» raccontò al Centro «ho avuto la prontezza di balzare dal letto e uscire dalla porta a due metri da me. Un attimo dopo è caduto il soffitto e più tardi è stato trovato, sul mio letto, senza vita, un caro amico che abitava al piano di sopra. Anche nella camera di mia figlia era tutto crollato, l’ho chiamata e lei mi ha risposto. Una trave l’ha protetta per tre ore fino all’arrivo dei vigili del fuoco che l’hanno tirata fuori». Non scappò dalla città e nemmeno ci pensò. Ristrutturò a sue spese e a tempo record una casa nel quartiere di Pettino dove riaprì lo studio e riprese a lavorare come e più di prima. Sulla ricostruzione dell’Aquila aveva idee che nel 2010 sembravano controcorrente: «Io non credo allo slogan della ricostruzione partecipata dal basso. La demagogia è la peggiore nemica dello sforzo collettivo che dovrà impegnare tutti noi. Serve una struttura autorevole e mi verrebbe da dire autoritaria e imparziale che sia estranea al mediocre teatrino della politica nostrana». Una frase lucida e profetica che riletta oggi quasi sconcerta e che si potrebbe tradurre con “quando ci sono troppi galli a cantare non si fa mai giorno”.
L’AQUILANITÀ. Realista e pragmatico rifuggiva dagli slogan preconfezionati tipo “L’Aquila bella mè”. Amava la città forse più di se stesso ma ne sapeva leggere i limiti e ne bacchettava le “scarse” ambizioni. A tal proposito sempre nel 2010 al Centro disse: «L’Aquilanità può essere una grande forza ma anche una grande debolezza a seconda che prevalga la fierezza o l’insolenza e quindi l’aquilanità aurea o l’aquilanità di latta». Molti avvocati aquilani avevano per lui una sorta di venerazione. Alcuni erano suoi grandi amici, come Angelo Colagrande che ci ha lasciato a fine maggio 2020 a 81 anni. L’ex sindaco e avvocato Biagio Tempesta ieri lo ha definito «il migliore», aggiungendo «è stato il mio maestro».
UN RICORDO. Poco più di un anno fa avevo invitato Cecchini a un incontro a Casa Onna per consegnarli un libricino nel quale avevo raccolto una trentina di interviste, tra cui una a lui. Mandai una mail alla quale non rispose. Ero certo a quel punto che non sarebbe arrivato e invece arrivò. Lo andai a salutare e mi venne spontaneo abbracciarlo (allora si poteva ancora fare) e lui ricambiò con affetto. Fu un momento bello e commovente. Mi disse poche parole. Ma di quelle che ti entrano dentro e non ti lasciano più. Ciao avvocato. Ti terremo sempre stretti nella mente e nel cuore.
FUNERALI. I funerali di Attilio Cecchini sono previsti domani alle 15 nella basilica di Collemaggio.
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