Morì in moto per evitare il capriolo La sorella: «Giustizia per Marco»

21 Settembre 2021

CIVITA D’ANTINO. «Vogliamo giustizia per Marco affinché quello che è accaduto a mio fratello non succeda mai più. Affinché nessun’altra famiglia debba piangere un ragazzo nel fiore degli anni....

CIVITA D’ANTINO. «Vogliamo giustizia per Marco affinché quello che è accaduto a mio fratello non succeda mai più. Affinché nessun’altra famiglia debba piangere un ragazzo nel fiore degli anni. Affinché nessuno debba più soffrire il dolore che noi stiamo patendo da troppo tempo. Un dolore inimaginabile». È rotta dal pianto la voce di Arianna, la sorella di Marco Di Fabio, morto a 32 anni in un incidente in moto causato dall’attraversamento di un capriolo in un caldo pomeriggio di fine estate. Era il 26 agosto del 2017. Il ragazzo che viveva a Civita d’Antino stava percorrendo l’ex regionale 82 del Liri in sella alla sua Ducati quando ha trovato la morte. Era diretto verso Avezzano. Erano stati alcuni testimoni a raccontare ai carabinieri che dal bordo della via era spuntato un capriolo adulto, con Di Fabio che aveva perso aderenza sull’asfalto proprio nel tentativo di evitare l’animale. Il giovane si era schiantato contro il guard rail dopo un volo di oltre 50 metri morendo sul colpo a pochi passi da casa, nonostante il regolare uso del casco di protezione. A distanza di quattro anni dalla tragedia Arianna torna ad accendere i riflettori sulla drammatica e dolorosa morte del fratello. «È ora che chi di dovere si prenda le sue responsabilità», afferma la donna, «rispetto ai danni causati dalla fauna selvatica e rispetto alla messa in sicurezza e alla manutenzione di queste strade. Non si può morire così a 30 anni». Il giorno in cui è morto Marco, Arianna racconta al Centro che era al quinto mese di gravidanza e aveva rischiato anche di perdere la sua bimba per il forte choc subito. Attraverso gli avvocati Leonardo e Luca Casciere, papà Domenico, mamma Antonella, il fratello Andrea e la sorella Arianna hanno fatto causa alla Regione Abruzzo e sono in attesa dell’udienza di comparizione. «La Suprema Corte ha stabilito che del danno cagionato da fauna selvatica risponde sempre le Regione», spiegano i due avvocati, dopo «aver tentato una negoziazione assistita, come per legge, alla quale la Regione Abruzzo non ha mai risposto». A Marco è stata intitolata la centrale Enel di Morino dove lavorava e anche un rifugio di montagna. Una targa lo ricorda anche alle pendici dell’Etna, in Sicilia. La meta di un viaggio in moto con gli amici che lui però non ha mai intrapreso. La sua vita si è spezzata una settimana prima.
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