Negli scatti di Balducci la disperazione di profughi e migranti

7 Dicembre 2016

Il fotografo aquilano conquista il premio People al Fiipa «Quanti lacrimogeni a Mosca, e ora voglio andare a Mosul»

L’AQUILA. Le immagini di donne e uomini distesi in fila su un marciapiede con addosso solo una coperta, le imbarcazioni di profughi, il corpicino di una bambina appena recuperato dalle onde hanno come colonna sonora il rumore del mare e della pioggia. La violenza dell’acqua sembra quasi bagnare ancora le persone. Poi sul mega schermo dell’auditorium del Parco quelle dolorose immagini lasciano il posto alle manifestazioni di piazza, ai black bloc a Milano, agli studenti a Roma, alle auto in fiamme. Una lunga carrellata di scatti firmati da Danilo Balducci, protagonista della prima giornata del Festival del cinema e del giornalismo, che si è svolta lo scorso 5 dicembre. Balducci, fotoreporter aquilano, risultato Absolute Winner nella categoria “People” al Fiipa (Fiof Italy International Photography Awards), è accompagnato, nel racconto dei suoi lunghi viaggi alla ricerca di uno scatto, da Germana D’Orazio, giornalista e filmaker. Si parte dalla rotta balcanica: più precisamente da Lesbo. Ufficialmente il corridoio umanitario che dalla Macedonia conduceva ad Austria e Germania attraversando Serbia, Croazia e Slovenia, è stato chiuso nel marzo 2016, dopo aver permesso il passaggio di circa 700.000 migranti da settembre 2015. Nonostante la chiusura, la cosiddetta “rotta balcanica” continua a essere percorsa da centinaia di rifugiati che fuggono da guerre e povertà. Proprio nei giorni più difficili Balducci era lì, a testimoniare quanto avvenuto. Ogni immagine racconta la storia di un uomo, di una donna, di un bambino. Si sovrappongono i ricordi: «Un giorno mi sono trovato in mezzo all’esplosione di 150 lacrimogeni in Russia scaduti nel 1996. Da quel giorno mi mancano delle chiazze di barba». Eppure Balducci non è capace di tirarsi indietro: «Trovarsi sulla scena è una prerogativa fondamentale per fare una bella foto. Certo è un rischio». Intanto sul mega schermo le foto delle manifestazioni nelle città: il 1° maggio del 2015 a Milano con i black bloc, il No Berlusconi day, gli studenti in piazza.

«Mi trovo benissimo a fotografare le manifestazioni perché sono stato per due anni al reparto mobile di Roma, come celerino. Ora mi confronto con loro, ma già so come si muovono», continua il fotoreporter. «Il mio modo di fotografare è sempre lo stesso: molto da vicino, sto dentro alle manifestazioni». Le immagini sullo schermo sono in gran parte in bianco e nero. «Non sono foto post-prodotte, modifico solo luminosità e contrasto. Vengo dalla cultura della pellicola», spiega, poi si gira e vede l’immagine di un poliziotto che prende fuoco. «Era il 1° maggio 2015 a Milano. Questa foto non è mai stata pubblicata. La situazione in questo contesto era allucinante. Non potevi alzare la macchina altrimenti ti picchiavano. Mi hanno dato una bastonata sul caschetto e un calcio per mandarmi via. Perché lo faccio?», conclude, «La cosa che mi spinge è far rimanere una testimonianza di quanto accade e che qualche euro per il pane mi serve. Non molti euro, a dire la verità. Ora voglio andare a Mosul».

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