«Nel 2012 trovammo liti e confusione»

1 Settembre 2016

L’ex braccio destro del ministro Barca: le strutture locali erano inadeguate. L’indennizzo? Forse non fu la scelta migliore

L’AQUILA. Il professor Alfonso Celotto per oltre un anno (fra il 2012 e il 2013) fu il capo di gabinetto del ministro Fabrizio Barca, l’uomo che pilotò il passaggio dei poteri della ricostruzione post sisma dal Commissario di governo (e presidente della Regione) Gianni Chiodi agli enti locali con una norma che diventò operativa nel settembre del 2012.

Professor Celotto quando lei e il ministro Barca siete arrivati all'Aquila, all'inizio del 2012, che situazione avete trovato?

«Nel momento in cui il ministro Fabrizio Barca (governo Monti ndr) ebbe l'incarico di seguire la ricostruzione la situazione ci sembrò subito molto complicata. Il commissario/presidente della Regione e il sindaco dell'Aquila erano su posizioni fortemente conflittuali e la macchina della ricostruzione sembrava ingessata e poco trasparente. L'esempio era la filiera che doveva esaminare le pratiche. Un sistema in cui non c'era la possibilità per i cittadini di sapere dove fosse la propria pratica. E poi c'erano troppe ordinanze. Un sistema complicato e incerto. Erano passati quasi tre anni dal sisma e le persone erano molto scoraggiate e sfiduciate».

Quale fu la prima decisione operativa per dare una "frustata" positiva all'opera di ricostruzione dell'Aquila?

«Il modello fu quello di sentire innanzitutto gli interessati, cioè i cittadini, con assemblee pubbliche e incontri. Per farli tornare protagonisti perché fino a quel momento, e non per colpa loro, non lo erano stati. Nel frattempo studiammo i precedenti terremoti _ Friuli, Irpinia, Marche/Umbria – per capire quale strada seguire. La particolarità del terremoto aquilano era, da un lato, nel numero di piccoli Comuni coinvolti e con strutture amministrative inadeguate alla ricostruzione, dall'altro, nella difficoltà di affrontare la ricostruzione di una città capoluogo, non solo dei borghi. Con l'esigenza di non rimettere soltanto le pietre al proprio posto, ma di offrire concrete possibilità di sviluppo economico e sociale».

Qual è l'idea forte alla base del "modello" L'Aquila adottato dal ministro Barca?

«Dopo poche settimane fu evidente che le strutture locali erano inadeguate ad affrontare un modello di ricostruzione così ampio e complesso. Serviva un affiancamento e una regia, anche per garantire che i soldi fossero spesi bene».

Ad Amatrice potrebbero funzionare le procedure aquilane cioè quelle di far appaltare i lavori direttamente ai privati o sarebbe meglio anche per la ricostruzione privata un intervento diretto da parte dello Stato?

«La ricostruzione mediante riconoscimento diretto del contributo/indennizzo a ogni singolo privato non mi è parsa la soluzione più efficiente. Probabilmente la soluzione migliore è una ricostruzione diretta da parte dello Stato mediante grandi appalti su ampie "porzioni" della pianta urbana. Una soluzione del genere potrebbe essere ideale per Amatrice, avendo un tessuto urbano molto ma molto più piccolo di quello dell'Aquila».

Attraverso l'esperienza aquilana che idea si è fatta della politica locale di quel periodo?

«Mi ha colpito da un lato la passione con cui si voleva ricostruire, ma anche – spesso – la impreparazione delle strutture ad affrontare problemi così complessi.

Comunque ho lasciato un pezzo di cuore all'Aquila, anche perché in fondo mi è sembrato che in quei 18 mesi siamo riusciti a semplificare un po' la macchina e a restituire fiducia. Lo Stato dovrebbe servire anche a questo».

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