Nozze da annullare? Si va in Curia, giudice sarà don Maggioni

10 Settembre 2015

Il vicario giudiziale dell’arcivescovo si occuperà dell’appello Per don Tracanna «all’Aquila mole di lavoro imponente»

L’AQUILA. Potrebbe essere il parroco di Cristo Re, don Sergio Maggioni, vicario giudiziale del tribunale della diocesi e attuale cancelliere dell’arcivescovo metropolita dell’Aquila, Giuseppe Petrocchi, ad avere l’ultima parola in appello sulla nullità dei matrimoni per l’intera provincia ecclesiastica.

A stabilirlo sarà nei prossimi mesi lo stesso arcivescovo che dovrà attuare entro il prossimo 8 dicembre la riforma varata da papa Francesco in due Motu Proprio, documenti che contengono decisioni che il Papa prende di sua iniziativa, senza suggerimenti della Curia.

La riforma, che accoglie quanto avevano chiesto i vescovi di tutto il mondo nei Sinodi del 2005 e del 2014, dovrebbe rendere più rapide e meno costose le procedure, attribuendo al vescovo diocesano la responsabilità di fare da giudice competente quando le ragioni della nullità sono evidenti o riguardano la mancanza di fede di uno o entrambi i coniugi.

Nel documento, inoltre, si specifica che “Contro la sentenza del vescovo si dà appello al Metropolita (per la provincia dell’Aquila a Petrocchi, dunque) o alla Rota Romana; se la sentenza è stata emessa dal Metropolita, si dà appello al suffraganeo più anziano (il vescovo di Avezzano); e contro la sentenza di altro vescovo che non ha un’autorità superiore sotto il Romano Pontefice, si dà appello al Vescovo da esso stabilmente designato».

Insomma, l’arcivescovo aquilano oltre a diventare giudice di primo grado per i matrimoni in crisi del capoluogo, diventerà giudice di appello per quelli di tutta la provincia. «Un carico di lavoro non indifferente», come spiega don Claudio Tracanna, responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali. Proprio questo potrebbe portare Petrocchi a delegare il compito al vicario giudiziale del tribunale della diocesi, don Sergio Maggioni, appunto.

«Il vescovo, da parte del diritto, è sempre stato considerato giudice nel territorio della sua diocesi», continua don Claudio. «Per esempio, quando scoppiò il caso di don Luigi Abid Sid, il sacerdote rimasto coinvolto nella vicenda degli sms a sfondo sessuale inviati a un giovane studente israeliano, il vescovo come prima sanzione ha tolto la parrocchia al prete in via cautelativa. Per i matrimoni le competenze erano state tolte al vescovo ormai da tre secoli ed erano stati costituiti i tribunali regionali, per l’Abruzzo a Chieti. Il tribunale d’appello, interregionale, era invece a Benevento. In ultima istanza si ricorreva alla sacra Rota».

A questo iter tradizionale si affianca adesso quello abbreviato, con la giurisdizione dei vescovi. «La nostra diocesi», continua Tracanna «si atterrà a quanto papa Francesco ha deciso nel Motu Proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, alle indicazioni della Conferenza episcopale italiana e di quella abruzzese-molisana. È chiaro che la volontà del Papa non è quella di mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio, ma quella di andare incontro come Chiesa e quindi come Madre a quei fedeli che si sentono lontani da essa a causa di alcune strutture giuridiche».

Michela Corridore

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