Omicidio di Barisciano: in aula ribadite le accuse all’imputato

17 Febbraio 2022

L’AQUILA. Si è tenuta ieri una nuova udienza per il processo sull’omicidio di Paolo D’Amico, il dipendente dell’Asm di 55 anni ucciso nel pomeriggio del 22 novembre 2019 nei pressi della frazione...

L’AQUILA. Si è tenuta ieri una nuova udienza per il processo sull’omicidio di Paolo D’Amico, il dipendente dell’Asm di 55 anni ucciso nel pomeriggio del 22 novembre 2019 nei pressi della frazione aquilana di San Gregorio. Sul banco degli imputati, con l’accusa di omicidio, c’è Gianmarco Paolucci, 25enne di Bagno che lavorava come macellaio in un supermercato di Bazzano.
Il pubblico ministero Simonetta Ciccarelli, che ha coordinato le indagini svolte dai carabinieri dell’Aquila, ha ascoltato a lungo il luogotenente Domenico Cicchetti del nucleo investigativo dell’Aquila. Il militare dell’Arma aveva eseguito i sopralluoghi tecnici sulla scena del crimine al momento del ritrovamento del cadavere. In particolare, al luogotenente è stato chiesto di ripercorrere come si è arrivati all’identificazione dell’imputato. L’accusa si fonda su due pilastri: il Dna attribuito a Paolucci ritrovato sui pantaloni di Paolo D’Amico e le celle telefoniche che proverebbero la presenza dell’imputato nella zona del delitto nell’orario, tra le 15 e le 18, in cui sarebbe avvenuto l’omicidio. Il luogotenente Cicchetti ha dunque ricostruito il ritrovamento della prova regina, ovvero il Dna del presunto assassino, sui pantaloni della vittima, all’altezza delle caviglie, soffermandosi come si è arrivati all’identificazione di Paolucci: ovvero di come il cerchio si è stretto intorno all’imputato rispetto ai sospettati. Cicchetti ha illustrato anche il lavoro investigativo svolto sui tabulati telefonici. La svolta delle indagini avvenne nel febbraio 2020 quando dai Ris di Roma arrivò la conferma della traccia del Dna della vittima e di un ignoto, presumibilmente quella dell’assassino. Nel novembre del 2020 i carabinieri ripresero in mano l’elenco di tutti quelli che erano stati sentiti nelle prime settimane dopo l’omicidio e tra loro Paolucci, che fu il solo a dire no alla prova del Dna. Fu rivista la sua prima testimonianza e dai tabulati telefonici si scoprì che non aveva detto la verità, secondo l’accusa, su dov’era quel 22 novembre 2019. Paolucci sostenne che era dalla madre a Bagno Piccolo, ma le celle telefoniche lo ponevano tra le 15 e le 18 nella zona del delitto. Un mese più tardi venne fermato per un controllo con l’etilometro. Ai carabinieri interessava il suo Dna “stampato” sul boccaglio dell’etilometro risultato poi compatibile con quello di “ignoto”. Il controesame da parte degli avvocati della difesa, Mauro Ceci e Licia Sardo, si terrà il 23 marzo. (f.d.m.)
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