Omicidio, l’imputato non parla La sentenza è attesa per ottobre

Il macellaio di 29 anni in carcere con l’accusa di aver ucciso l’operaio D’Amico non si fa interrogare Ascoltati altri testimoni. Una veterinaria sentì la vittima affermare: «Se torno a Roma mi fanno fuori»
L’AQUILA. Grande attesa, ieri mattina, nell’aula A del palazzo di giustizia per l’interrogatorio – da parte di pubblico ministero, avvocati della difesa e della parte civile – di Gianmarco Paolucci, il ragazzo di 29 anni originario di Bagno accusato di avere assassinato Paolo D’Amico – 55 anni, operaio dell’Aquilana società multiservizi – nel garage dell’abitazione dello stesso D’Amico, abitazione che si trova in via Colle Toma, una zona abbastanza isolata, nel comune di Barisciano, a poco più di un chilometro dalla frazione aquilana di San Gregorio. Un’attesa che però è andata delusa perché, su consiglio dei suoi legali, il ragazzo, di cui per la prima volta in aula si è sentita la voce, si è alzato e al microfono ha detto: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere…per ora». A quel punto la presidente Alessandra Ilari lo ha richiamato affermando: «Se lei non accetta ora di rispondere alle domande non potrà più farlo in questo processo». È probabile che Paolucci farà una dichiarazione spontanea (in quel caso non sono previste domande) prima che la Corte si riunisca in camera di consiglio. Si vedrà se la scelta di non parlare sia stata quella giusta. In tutte le udienze del processo l’imputato non ha mai fatto trasparire dal volto particolari emozioni. Solo qualche sguardo intorno a sé – soprattutto in direzione della madre, che non si è persa nemmeno un secondo delle udienze – poche parole scambiate coi legali e sempre attento alle testimonianze, ma nulla di più.
sentenza a ottobre
A fine udienza la presidente della Corte ha informato le parti che ci sarà un’altra udienza il 5 ottobre per chiudere la fase dibattimentale e una, forse l’ultima, il 19 ottobre per la discussione finale e la sentenza. In caso di problemi, per ora non prevedibili, la Corte si è riservata un’altra udienza il 2 novembre, limite, a quanto si è capito, oltre il quale non si andrà. All’inizio dell’udienza il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto che la Corte acquisisse la registrazione di una telefonata tra parenti dell’imputato dalla quale risulterebbe che tra il padre di Paolucci e l’imputato non c’erano quei buoni rapporti che il genitore aveva fatto intendere nel corso della sua testimonianza, testimonianza che forniva al figlio un alibi per il giorno dell’omicidio. Non è escluso che il pm, a fine processo, possa ipotizzare, per il padre di Paolucci, l’accusa di falsa testimonianza. Il resto della mattinata doveva essere dedicato ai testimoni della difesa. Dovevano essere una decina, ma alla fine ne sono stati ascoltati soltanto due (gli altri o non avevano avuto la notifica o erano stati sentiti in precedenza in quanto già chiamati dall’accusa). Le due testimonianze in realtà non hanno aggiunto nulla di nuovo. La dottoressa veterinaria che curava i cani di D’Amico ha solo parlato genericamente di «cattive condizioni economiche della vittima» e ha riferito una frase che D’Amico le avrebbe detto tempo prima della morte: «Se torno a Roma mi uccidono». Ma non si è capito da chi fossero arrivate tali minacce. Un funzionario di polizia giudiziaria, dall’esame di alcune foto pubblicate da Paolucci sui social prima dell’omicidio, ha detto che il ragazzo era sia destrimane che mancino (l’arma del delitto sarebbe stata impugnata con la destra). All’udienza di ieri ha assistito anche la madre di D’Amico.
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