Omicidio, prete in Cassazione: «Quella condanna è da annullare»

27 Gennaio 2023

Sentenza impugnata: per la difesa inammissibili esiti di autopsia e analisi del Ris. Udienza a marzo Così l’avvocato: «Sangue dell’imputato lasciato sul letto della vittima durante l’estrema unzione»

L’AQUILA. È stata fissata a venerdì 17 marzo l’udienza davanti alla Corte di Cassazione del processo per la morte di un sacerdote di Trieste, monsignor Giuseppe Rocco, 92 anni, che in base alle sentenze di primo e secondo grado è stato ucciso il 25 aprile 2014 da don Paolo Piccoli, prete noto all’Aquila per essere stato fra l’altro parroco di Pizzoli. Don Paolo Piccoli è stato condannato a 21 anni e 6 mesi di reclusione. Il ricorso in Cassazione è stato presentato dall’avvocato aquilano Vincenzo Calderone, legale di don Piccoli. A dare la notizia della fissazione dell’udienza è stato Il Piccolo di Trieste. Secondo la difesa dell’imputato «le sentenze di condanna vanno annullate perché gli accertamenti tecnici del Ris di Parma sulle tracce di sangue e la consulenza autoptica utilizzati nei processi di primo e secondo grado non sarebbero stati, in realtà, ammissibili: erano entrambi accertamenti irripetibili, ma don Paolo Piccoli non era stato avvisato quando erano stati disposti in quanto non ancora iscritto nel registro degli indagati».
LE TRACCE DI SANGUE
Secondo il legale di don Paolo Piccoli «il sangue dell’imputato sulla scena del delitto sarebbe stato lasciato dal prete mentre impartiva l’estrema unzione a monsignor Giuseppe Rocco».
«MOVENTE non chiaro»
«Dalle sentenze», sempre secondo l’avvocato, «non emerge alcun movente chiaro». Il ricorso è in particolare contro la decisione della Corte d’assise d’appello di Trieste che nel giugno 2021 aveva confermato la condanna a 21 anni e sei mesi.
L’OMICIDIo nel 2014
Monsignor Rocco, l’ex parroco della chiesa di Santa Teresa, fu trovato morto nella sua stanza da letto nella Casa del Clero la mattina del 25 aprile 2014. L’omicidio sarebbe avvenuto con un’azione combinata di soffocamento e strozzamento che avrebbe provocato il decesso dell’anziano per asfissia. In secondo grado don Paolo Piccoli – scrive Il Piccolo di Trieste – era stato condannato anche al pagamento dei danni (40mila euro) a ciascuna delle tre parti civili, i nipoti della vittima. Sia la sentenza di primo che quella di secondo grado per il legale sarebbero nulle «anzitutto per la contestata acquisizione delle analisi del Ris (Reparto investigazioni scientifiche) sulle tracce ematiche e della consulenza dei medici legali che avevano riscontrato nella vittima la rottura dell’osso ioide, fondamentali per supportare la sentenza di condanna». Secondo il ricorso c’era già un quadro indiziario delineato che avrebbe dovuto portare l’organo inquirente ad avvisare Piccoli dell’esecuzione di quegli accertamenti irripetibili. Quanto alla rottura dell’osso ioide, secondo il difensore «non si può escludere a priori che sia avvenuta, ad esempio, per una maldestra manovra posta in essere durante lo spostamento del cadavere da parte dell’impresa funebre».
TRACCE EMATICHE
C’è poi la questione delle tracce ematiche. Nelle sentenze si sostiene che l’omicida avrebbe messo le mani sul capo e sul collo della vittima inerte per esercitare la pressione necessaria allo strangolamento. Ma per Calderoni c’è un limite logico in questa ricostruzione: «Non risulta né verosimile né possibile che, nel corso di un’aggressione preordinata allo strangolamento, si depositino tracce ematiche sul lenzuolo e sul coprimaterasso, ma non sulla maglia candida che indossava la vittima durante l’aggressione». Il sangue dell’imputato analizzato dal Ris sarebbe stato lasciato, dunque, in un altro momento e cioè durante l’estrema unzione, quando don Piccoli si inginocchiò accanto al letto su cui giaceva la salma: «Avvicinatosi al capo del defunto, ha pronunciato le formule di rito, sporgendosi verso il centro del letto, depositando così la prima macchia di sangue da una lesione da grattamento che, verosimilmente, aveva sul polso sinistro» si legge nel ricorso. (g.p.)
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