Operai sfruttati, in carcere anche il latitante romeno

L’imprenditore, accompagnato dal suo avvocato, si è costituito a Teramo Le accuse: reclutamento illecito di manodopera e minacce alle maestranze
L’AQUILA. La prima fase dell’inchiesta “Social dumping” sullo sfruttamento della manodopera nei cantieri della ricostruzione si è definita con l’ingresso in carcere anche del sesto indagato. Si tratta di Nicolae Otescu, detto Nico, un romeno di 46 anni che si è costituito ieri pomeriggio a Teramo accompagnato dal suo avvocato, il legale Elvio Fontana, che lo assiste insieme al collega Andrea Secone, sempre del Foro di Teramo. L’uomo, infatti, era braccato da tempo dai carabinieri che lo avevano localizzato nel suo Paese. Forse consapevole di questo lo straniero ha deciso di affrontare la giustizia a viso aperto e, in un imminente interrogatorio di garanzia, tenterà di rendere una sua versione dei fatti.
Le accuse a lui mosse sono pesantissime, a cominciare dall’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento degli operai, l’impiego illecito di questi lavoratori nei cantieri e altri reati quali l’autoriciclaggio. Secondo gli investigatori la sua posizione sarebbe quella maggiormente compromessa nell’ipotesi in cui gli indizi trovassero conferma.
Nei giorni scorsi, per rogatoria, sono stati ascoltati gli altri indagati e hanno respinto tutte le accuse. Si tratta di tre imprenditori edili teramani: Massimo Di Donato, 53 anni, Giancarlo Di Bartolomeo, 49 anni, amministratori della Meg Costruzioni e di Antonio D'Errico, 59 anni, residente a Tortoreto e domiciliato a Giulianova. I primi due sono difesi dagli avvocati Gennaro Lettieri e Mirco Di Bonaventura, mentre il terzo da Guglielmo Marconi.
Di Donato e Di Bartolomeo, in particolare, hanno sostenuto che i romeni non dormivano in nove in una stanza, ma che erano ospitati in tre appartamenti che si trovano al centro di Teramo. Appartamenti con tutti i servizi e, in particolare, Di Donato ha affermato che una delle case era quella in cui fino a qualche anno prima aveva abitato la sua famiglia. Gli imprenditori hanno sostenuto che i lavoratori avevano la disponibilità di due mezzi con cui si spostavano e le cui spese erano sostenute dall'impresa.
In precedenza i due indagati residenti a Sulmona, Francesco Salvatore e Panfilo De Meo, ascoltati per rogatoria, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. Ma il loro avvocato, Alessandro Margiotta, ritiene che vi sia stato un vizio di forma sulle custodie cautelari, in quanto lui e i suoi assistiti non hanno potuto esaminare gli atti in tempo utile e, pertanto, la scena muta è motivata dal fatto che non potevano difendersi senza conoscere bene le accuse.
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