i dettagli del sistema mafioso

Operazione “Metamorfosi” a Sulmona. Nelle carte spuntano le torture e il colpo in villa da 300mila euro

5 Novembre 2026

Il sodalizio pianificava un furto ai danni di un professionista da “piegare” con metodi mafiosi

SULMONA

C’era anche un colpo da 300mila euro da mettere a segno nella villa di un professionista a suon di torture, tra le intenzioni dei sodalizi criminali legati all’inchiesta Metamorfosi su mafia e spaccio in città. È quanto emerge dagli atti nell’inchiesta che delineano il quadro di un sistema basato su torture, ricatti e violenze fisiche. Un vero e proprio sistema mafioso.

IL COLPO IN VILLA
Il colpo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato progettato da Ivano Antonio Di Marco allo scopo di finanziare ulteriori acquisti di stupefacenti. La rapina, mai portata a compimento, emerge dalle conversazioni intercettate tra Di Marco e un interlocutore identificato come Mario. Uno scambio in cui viene infatti prospettata esplicitamente la possibilità di torturare il proprietario per costringerlo a consegnare il denaro. La conversazione è particolarmente significativa per i riferimenti alla violenza da esercitare sulla vittima e alla necessità di tenerne lontana la moglie. «Lo siedono e si fanno dire dove sono i soldi, o glielo dici o glielo dici», afferma uno degli interlocutori. Poco dopo viene aggiunto: «Lo torturano, com’è, quelli fanno così». Nel dialogo si parla anche degli uomini che avrebbero dovuto eseguire materialmente il colpo, descritti come persone che «non hanno paura di niente». La discussione prosegue sulla spartizione del bottino e sulla necessità di controllare quanto sarebbe stato effettivamente trovato. «Se trovano tremila devono dire tremila, no?», si sente nella conversazione. Il riferimento economico più importante arriva quando viene quantificato il possibile bottino: «Là c’è minimo 300.000», dice uno degli interlocutori. Di Marco risponde: «Ah, ma magari 100, mi accontento».

AGGRESSIONI POSTATE
Un altro capitolo riguarda Massimiliano Le Donne, indicato dagli investigatori come figura di riferimento nell’organizzazione. Tra gli episodi richiamati nell’ordinanza figura un’aggressione che Le Donne avrebbe fatto riprendere e successivamente diffondere sul web. La pubblicazione, secondo la valutazione del gip, avrebbe contribuito a rafforzare la capacità intimidatoria del gruppo. Tra gli ulteriori episodi ricostruiti nell’ambito dell’indagine figurano gli attentati incendiari ai danni dell’automobile di Le Donne. La vicenda avrebbe provocato una reazione particolarmente dura, con la prospettazione di una bomba che avrebbe messo “fuori gioco” i responsabili degli incendi. Un altro incendio d’auto avrebbe invece riguardato un uomo di circa sessant’anni, ritenuto responsabile di aver fatto intervenire i carabinieri all’interno del bar utilizzato dal sodalizio come base logistica. Secondo quanto ricostruito, l’incendio della sua auto sarebbe stato collegato proprio a quell’intervento delle forze dell’ordine.

SPACCIO TRACCIATO
La distribuzione della droga avrebbe potuto contare su diversi punti di custodia e su un sistema di consegne a domicilio. Andrea La Civita, secondo l’ordinanza, avrebbe raccolto gli ordini attraverso applicazioni con sistemi di crittografia installate sul proprio smartphone, provvedendo alle consegne e trasferendo a Le Donne gli incassi. Ad Alessio Mancinelli viene attribuita la disponibilità dei locali della propria gioielleria per nascondere lo stupefacente; Tommaso Ludovico avrebbe messo a disposizione gli spazi della sua attività di osteopata. Anche l’abitazione di Fabrizio Pescatore sarebbe stata utilizzata come deposito. Davide Pantano e Mario Del Monaco avrebbero invece collaborato nella custodia delle sostanze e nella gestione dello spaccio nella zona compresa tra via Freda e largo San Francesco. Di Marco avrebbe imposto invece ai venditori di consegnare la droga soltanto dietro pagamento immediato. In caso di acquisti a credito non saldati, le forniture sarebbero state sospese e i nominativi dei clienti morosi condivisi per impedire loro di rivolgersi ad altri componenti del gruppo. In questo meccanismo si inserirebbe il ruolo di Daniele Cellini, accusato di aver messo a disposizione il proprio locale per consentire pagamenti attraverso il Pos. Per i rifornimenti, il provvedimento ricostruisce le trattative con Enri Bisha, che avrebbe prospettato la disponibilità di ingenti quantitativi di droga chiedendo denaro anticipato, e i successivi contatti con Mario Iorio, indicato come vicino ad ambienti criminali di Secondigliano.

USURA E RICATTI
Un ulteriore capitolo riguarda un episodio di presunta usura contestato a Ivano Antonio Di Marco e Stefano Sito. I due avrebbero prestato 2.000 euro a un artigiano, pretendendo interessi di 500 euro al mese: una somma pari al 25 per cento al mese rispetto al capitale iniziale. Ai ritardi nella restituzione sarebbero seguite pressioni e minacce attribuite a Di Marco. L’indagato avrebbe richiamato i propri trascorsi criminali per ottenere il pagamento, provocando nella persona offesa una condizione di forte soggezione.

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