Pagliare di Sassa, viaggio nel borgo abbandonato

Pochissime le case agibili, cantieri della ricostruzione praticamente inesistenti La frazione non è inserita tra gli interventi prioritari e sconta incuria e disinteresse
L’AQUILA. Per avere un’idea della ricostruzione dell’Aquila, a 10 anni dal terremoto, forse bisognerebbe smetterla di farsi la solita camminata nel centro storico del capoluogo col viso all’insù per ammirare i palazzi ricostruiti e “bearsi” della grande capacità degli aquilani di far rinascere la città (coi soldi degli italiani). Chissà se qualcuno dei componenti dei tre comitati – per ora fantasma – che dovrebbero nascere per il “Decennale” troverà lo spazio – fra valanghe di chiacchiere, convegni con relatori ben retribuiti, spettacoli teatrali, musicali, mostre più o meno virtuali, visite guidate nelle antiche vestigia “risorte” e qualche carnevalata di distrazione di massa – per far inserire una “passeggiata” nelle 60 e più frazioni del Comune tenendo in mano un librone di mille pagine pubblicato quasi venti anni fa e coordinato dall’urbanista ingegner Marcello Vittorini (1927-2011) dal titolo “Recupero e riqualificazione dei centri storici del Comitatus aquilanus”. Quel volume doveva essere il “timone” per guidare la ricostruzione dei borghi che circondano la città, invece o è stato ignorato o nella migliore delle ipotesi è stato “scopiazzato” e pure male. Basta dare uno sguardo a quello che è scritto nel libro per accorgersi che oggi la maggior parte dei “gioielli” del territorio sono in totale rovina e lo saranno forse ancora per decenni fino a quando diventeranno monumenti all'incapacità di programmare e progettare il futuro. Pagliare di Sassa, una frazioncina a 5 minuti dall’Aquila, è uno dei borghi attenzionati più di venti anni fa da Marcello Vittorini che a pagina 58 affermava: “L’articolazione del tessuto urbano e dello spazio pubblico di relazione a Pagliare di Sassa è particolarmente ricca. Inoltre, la sapiente collocazione degli edifici e dei loro accessi principali, insieme con la diffusa presenza di tipi edilizi molto qualificati (perlopiù palazzetti di buona qualità architettonica e costruttiva) e con la curata pavimentazione degli spazi pubblici di relazione (ancora in larga misura conservata sotto tappetini bituminosi di recente esecuzione) attribuiscono al centro storico una qualità complessiva molto elevata, non compromessa dai numerosi interventi di recupero, generalmente eseguiti nel rispetto dei caratteri originari. Per tutti questi motivi appare opportuno prevedere un intervento unitario e coordinato dì recupero del centro storico, sia incentivando interventi privati che garantiscano il rispetto dei caratteri originari del tessuto urbano e degli edifici, sia promuovendo il restauro delle pavimentazioni di pregio esistenti; la loro integrazione e il loro mantenimento migliorativo, sia infine proteggendo, con una fascia di rispetto adeguata, il fragile organismo urbano e il suo sky-line”. Oggi Pagliare è, di fatto, un borgo abbandonato. Le case abitate, e quindi agibili, all’interno del centro storico sono pochissime. Cantieri praticamente non se ne vedono. Qui il sisma del 2009 apparentemente ha fatto meno danni rispetto alla zona Est della città e anche per questo Pagliare non è fra le priorità della ricostruzione. Ma a parte il fatto che anche nelle cosiddette frazioni “prioritarie” i lavori stentano, da queste parti quello che non ha fatto la scossa delle 3.32 lo sta facendo l’incuria e il disinteresse. Pagliare sorge in parte su una collina di tufo, materiale che per anni, grazie a una vicina cava, ha rappresentato la vera forza dell’economia locale. Qui c’era anche il crocevia delle greggi che ai tempi della transumanza scendevano da Lucoli e dagli altri borghi che punteggiano il territorio. Adesso la realtà è fatta di vecchie case, di vicoli coperti d’asfalto, di silenzio, di volti di anziani che si aggirano quasi smarriti in un posto che forse non riconoscono più. Eppure ci sono angoli dal fascino mozzafiato, portali di pietra che raccontano storie di antiche ricchezze, lunghe balconate di legno di cui ormai non restano che neri spezzoni, archi maestosi, viuzze con dei tratti coperti per renderle praticabili anche con la neve. Dopo aver passato un’oretta in questo posto da favola triste le domande “spontanee” sono sempre le stesse: che futuro hanno questi paesi, quando saranno ricostruiti, come lo saranno, chi ci tornerà a vivere? Il Decennale più che fare il punto su una ricostruzione parziale e disordinata dovrebbe cercare di dare risposte ai mille interrogativi che partono da queste case abbandonate, da queste finestre spalancate, da questi muri segnati dal tempo e dal terremoto, da questo silenzio che urla rabbia e si spegne in rassegnazione. Eppure da qui alcune voci si sono levate per chiedere attenzione e rispetto per la storia della frazione. Maria Scarsella e Claudio Robimarga sono fra loro. Consegnano al cronista una pila di carte con idee e progetti. Non propongono nulla di impossibile o di particolarmente impegnativo dal punto di vista economico. Qui basterebbero poche decine di milioni (il costo per rifare un paio di modesti palazzi all’Aquila) e un po’ di buonsenso per trasformare questo posto in un luogo perfetto per chi cerca il “top” della qualità della vita. Il futuro di Pagliare per adesso è quantomai nebuloso. Non resta che avere pazienza. Appuntamento al Ventennale.
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