Palazzine ricostruite ma i proprietari ancora non rientrano

Via Filomusi Guelfi, colpa di un edificio vicino e da demolire Ma anche in questa storia c’entra l’abitazione equivalente
L’AQUILA. Se volete vedere un’altra delle “follie” del modello L’Aquila andate in via Filomusi Guelfi, al civico 21, a 200 metri dalla sede municipale di Villa Gioia. Ci sono alcune palazzine demolite e già ricostruite con una spesa complessiva che supera di un bel po’ i 10 milioni di euro.
I lavori sono finiti da 4 mesi ma nessuno (pare siano 25 famiglie) può rientrare in quegli alloggi perché un’altra palazzina (classificata E), a due passi da quelle già rifatte, è rimasta alle 3.32 del sei aprile del 2009. Anzi peggio. Infatti alla base ci sono dei calcinacci “freschi” segno che l’edificio (che ha colonne in uno stato di evidente precarietà) ha subìto danni anche il 24 agosto quando la scossa che ha distrutto Amatrice si è fatta sentire pure all’Aquila. Gli edifici ricostruiti quindi sono – di fatto – passati da E a F che significa che avendo a fianco una struttura pericolante sono di fatto inagibili. Ma perché quel condominio non è stato ancora ricostruito come gli altri?
Qui entra a gamba tesa un’altra delle “follie” del modello L’Aquila (che nel decreto Amatrice si sono guardati bene dall’inserire) e cioè l’abitazione equivalente che nel 2009 era stata preceduta dall’operazione Fintecna la quale finiva di pagare – se c’era – il mutuo a carico del titolare della casa e acquistava il rudere. Il proprietario otteneva la cifra necessaria – spesso molto corposa – per ricomprare anche in Val d’Aosta o in Sicilia. L’abitazione equivalente ha permesso e permette ancora di mollare il vecchio alloggio (si va verso quota mille pratiche autorizzate) e comprarsene uno nella location desiderata, magari con vista sul mare. Insomma una speculazione legalizzata. In via Filomusi Guelfi, in quella palazzina E, è successa la stessa cosa. Di una decina di appartamenti alcuni sono diventati negli anni di proprietà di Fintecna e il resto del Comune.
È rimasto uno solo dei proprietari originari che però l’appartamento ce l’aveva in affitto. Quello che alcune famiglie chiedono è che si faccia presto almeno a demolire la struttura classificata E. Ma se si cerca di capirne di più ecco l’ultima “follia” del modello L’Aquila. Dal Comune dicono che non è stato ancora presentato il progetto e un po’ minimizzano: «Tutto sommato quella palazzina tanto pericolante non è». Poi, se si approfondisce ancora, ecco spuntare il “solito” rimpallo di responsabilità: il progetto c’è, no è cambiato, dopo che è cambiato è stato bocciato dall’ufficio speciale, presto ci sarà un incontro chiarificatore, vedremo, faremo, diremo, ci consulteremo, approveremo, risolveremo. Intanto 25 famiglie attendono di tornare nella loro casa rifatta a suon di milioni di euro presi dalle tasse di tutti gli italiani. Sono loro che stanno rifacendo la città, non gli aquilani che quei soldi se li stanno solo litigando. Questo è un aspetto del modello L’Aquila che però in giro per il bel Paese è meglio non raccontare. Meglio parlare del libretto di fabbricato e di prevenzione sismica (di cui fino al 2009 nessuno si occupava) per gettare fumo negli occhi e chiudere la stalla quando all’Aquila – ormai – i buoi sono scappati da un bel po’ e nessuno – purtroppo – li farà rientrare. Sì, forse un bel convegno sul modello L’Aquila andrebbe organizzato. Ma sotto le finestre del civico 21 di via Filomusi Guelfi.
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