Palazzo “pericolante”: lavori a spese dei residenti

Lo ha deciso il Tar: respinto il ricorso contro l’ordinanza che impone le opere Servono oltre 300mila euro: il Comune non può stanziare ulteriori fondi
L’AQUILA. I lavori di riparazione dei danni, non dovuti al sisma, relativi all’aggregato edilizio che fa capo al consorzio “Filomusi Guelfi” lungo corso Vittorio Emanuele devono essere a carico del Consorzio e quindi dei soci dell’aggregato. Lo stabilisce un’ordinanza del tribunale amministrativo regionale pubblicata ieri.
LA VICENDA
La vicenda è semplice e complessa allo stesso tempo. Il palazzo oggetto del contenzioso si trova lungo corso Vittorio Emanuele fra i civici 127 e 135 (la parte più stretta del corso). Un paio di anni fa, a lavori di ricostruzione ormai conclusi, furono individuati dei danni strutturali (forse causati da un cedimento delle fondazioni) che non hanno consentito ai proprietari degli alloggi di rientrare. Ma chi ha provocato quei danni strutturali?
Su questo è scoppiato un vero e proprio giallo. Sotto accusa venne messa l’impresa che aveva realizzato in quel tratto i sottoservizi. Il profondo scavo avrebbe “toccato” le fondamenta e provocato seri problemi di staticità al palazzo. Inevitabili le polemiche. L’impresa respinse sdegnosamente le accuse (sul tema ci fu addirittura una seduta della commissione comunale Territorio). L’unica certezza è che i danni c’erano e ci sono. Il costo per metterci riparo non è bassissimo. Si parla di una cifra fra i 300.000 e i 400.000 euro. Non va dimenticato che il palazzo incombe su una delle strade principali del centro storico e quindi c’è un pericolo potenziale per l’incolumità pubblica.
IL COMUNE SI MUOVE
Fino a qualche mese fa, polemiche a parte, nulla è accaduto. Ad aprile scorso il Comune è stato però costretto a intervenire con un’ordinanza innanzitutto per mettere in sicurezza la strada e poi per ordinare al Consorzio di riparare di danni (si tratta di realizzare delle sottofondazioni) e pagare di tasca propria il lavoro. Ma perché il Comune si è mosso? Le motivazioni sono indicate nell’ordinanza del sindaco nella quale è scritto che “l’avvocato Marinucci, con lettera pervenuta in data 20 marzo 2019, ha trasmesso la diffida inviata alla Gran Sasso Acqua (che è l’ente che ha appaltato i sottoservizi, ndr) per un presunto danno provocato dalla stessa all’immobile di cui all’oggetto durante l’esecuzione dei lavori dei sottoservizi”. L’avvocato ha trasmesso al Comune una perizia fatta fare dal Consorzio “Filomusi Guelfi” dalla quale emerge “il quadro fessurativo”. Alla lettera dell’avvocato si è aggiunto un fonogramma dei vigili del fuoco che dopo un sopralluogo scrivono: “Dall’esame della documentazione in atti si rileva la presenza di un rapporto in data 21 febbraio 2019 derivato dal monitoraggio del quadro fessurativo redatto dai tecnici ingegneri Nicola Aretusi e Danilo Ranalli e relativo al periodo 2 dicembre 2016-20 febbraio 2019 dal quale si evince un’evoluzione temporale di due lesioni in corrispondenza di un muro portante all’altezza del civico 129 e di due lesioni sulla facciata lungo via Cavalieri di Malta sulla verticale ove spicca il corpo di fabbrica più alto che prospetta su corso Vittorio Emanuele”. I vigili hanno “invitato” il Comune “a transennare il tratto di strada al fine di impedire il traffico veicolare e pedonale”. Tradotto: bisogna chiudere quella parte di “corso stretto” e di fatto “tagliare” in due la città.
L’ORDINANZA
Con l’atto numero 91 dell’8 aprile 2019 il sindaco, vista la documentazione pervenuta, ordina “la realizzazione urgente di un tunnel di protezione al transito pedonale e a salvaguardia delle attività commerciali esistenti nonché a protezione dell’accesso ai residenti. Le spese verranno anticipate dall’amministrazione comunale fatto salvo ogni atto successivo per il loro recupero a carico del Consorzio”.
Inoltre, e qui sta il vero nocciolo, il sindaco Biondi impone “al presidente del Consorzio Filomusi Guelfi di procedere a proprie cure e spese al monitoraggio continuo della stabilità dell’edificio con l’ausilio di qualsiasi mezzo ritenuto idoneo nonché alla predisposizione ed esecuzione di tutti gli interventi ritenuti necessari per la salvaguardia della pubblica e privata incolumità. Gli interventi di cui sopra devono avere inizio entro sette giorni naturali e consecutivi dalla data di notifica della presente ordinanza e dovranno essere ultimati entro il termine di venti giorni. A conclusione dei lavori il presidente del Consorzio dovrà inviare al Comune apposita certificazione redatta da un tecnico attestante l’eliminazione di ogni pericolo per la pubblica incolumità inerente la sottostante viabilità comunale”.
RICORSO RESPINTO
In verità il Consorzio sarebbe anche pronto a fare i lavori (il progetto pare che ci sia già), ma chiaramente non intende accollarsi le spese (grossomodo sarebbero dai 30.000 ai 40.000 euro a proprietario). Per questo ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro l’ordinanza, ma i giudici amministrativi lo hanno respinto con la seguente motivazione “nel caso di specie il Consorzio, pur essendo costituito per una finalità specifica (ricostruzione, ndr), deve essere considerato custode dell’aggregato edilizio interessato dall’ordinanza impugnata in considerazione della sussistenza, in capo ad esso, del potere di controllare la cosa e quello di modificare la situazione di pericolo; non essendo l’aggravamento delle condizioni strutturali da riconnettersi al sisma ma alla eventuale responsabilità di impresa terza, l’adempimento all’ordinanza non potrà essere subordinato alle risorse pubbliche connesse al sisma stesso”.
Quindi il Comune non può stanziare altri soldi traendoli da quelli della ricostruzione. Il Tar fa appena un accenno alla “eventuale responsabilità di impresa terza” e in conclusione “respinge la domanda di tutela cautelare”.
CHE SUCCEDE ORA?
Il Consorzio potrebbe, a questo punto, fare ricorso al Consiglio di Stato oppure accollarsi i lavori salvo poi citare per danni “l’impresa terza” e riavere i soldi. Ma questo sarà tutto da vedere. Resta un caso complesso e soprattutto i proprietari, dopo due anni, non solo ancora non tornano a casa ma ora potrebbero dover sborsare anche una bella cifra per danni di cui non sono certamente loro i responsabili.
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