Petrocchi: «Puntiamo i fari su Celestino V e sul suo messaggio»

Il cardinale: «Senza di lui la Perdonanza non avrebbe senso Valorizziamo la missione che ci ha affidato Papa Francesco»
L’AQUILA. L’Aquila Capitale del Perdono, Celestino V il suo unico punto di riferimento. Il cardinale arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi continua a ribadire, ogni volta con maggiore forza, che la Perdonanza non avrebbe motivo di esistere se alla base non ci fosse il messaggio di misericordia e pace che il Papa Santo donò alla città e al mondo sette secoli fa. Petrocchi ha aperto ieri un convegno - con studiosi di Celestino V di caratura internazionale - dal titolo “L’Aquila, Capitale del Perdono. Misericordia è sapersi amati nella nostra miseria”. Il convegno, giunto alla seconda edizione, è nei fatti l’erede degli incontri che si svolsero fra il 1984 e il 1994 all’interno delle varie edizioni della Perdonanza e che contribuirono in maniera seria e documentata a delineare la figura umana e spirituale del frate diventato Papa nel 1294. L’intervento del cardinale arcivescovo (breve ma significativo) va letto anche nella prospettiva del Giubileo 2025 nel quale L’Aquila potrebbe avere un ruolo non secondario (attirando flussi di pellegrini). Petrocchi ieri, anche se ha parlato a braccio, ha misurato le parole una per una. Ecco quello che ha detto partendo dalla visita di Papa Francesco di un anno fa: «Stiamo vivendo insieme un percorso importante per questa comunità ecclesiale e sociale ma si tratta di un itinerario (quello aperto da Francesco ndc) che ha una valenza non soltanto locale ma universale». Petrocchi ha poi indicato due direttive. «La prima», ha sottolineato, «è valorizzare sempre di più la missione che Papa Francesco ci ha affidato parlando dell’Aquila come Capitale del Perdono. Quando un Papa si esprime non ricorre a formule retoriche di circostanza ma identifica, per così dire, la fisionomia di un soggetto collettivo o personale e traccia i parametri del compito che il soggetto è chiamato ad assolvere. La seconda dinamica di cui siamo oggi in modo particolare partecipi è la riscoperta della figura di Celestino V. E se io dovessi raffigurare il convegno di oggi in modo iconico ricorrerei a questa immagine: una serie di fari che proiettano fasci di luce potenti su una figura che era in parte già visibile ma in parte ancora avvolta nell’ombra. Voglio dire che il vero Celestino V deve emergere davanti al nostro sguardo come personaggio di alta statura spirituale e umana. Va quindi superata la visione dell’uomo sprovveduto - anche se di grandi virtù evangeliche - che si è trovato a gestire un compito per il quale non era attrezzato. Celestino aveva una personalità in cui comparivano tratti di alto profilo: era persona intelligente e lo si è visto quando si è recato a Lione per mettere al riparo l’Ordine che aveva fondato da una possibile soppressione ed è riuscito a convincere Papa Gregorio X. Doveva quindi essere anche uomo comunicativo, persuasivo avendo tra l’altro lasciato un Ordine di seicento monaci nel momento in cui è partito per il Paradiso. È evidente che aveva una forte capacità aggregativa, era un leader. È stato poi un uomo che ha saputo parlare alla gente, capace di stare in mezzo al popolo, con il popolo e il popolo ha sempre ricambiato - con una devozione convinta - la dedizione di quest’uomo che, pur essendo un anacoreta, era un uomo di Chiesa quindi un uomo per gli uomini nel senso più alto del termine, nel senso evangelico. Mi auguro che questo convegno possa assolvere al meglio al compito di essere tutti protagonisti di questa avventura straordinaria, di fare cioè dell’Aquila la Capitale del Perdono, di tradurre una definizione in tratti concreti e operativi e mettere in luce, nella verità, la fisionomia di un uomo, Celestino V, che non è soltanto un onore per la nostra gente ma è un tesoro di carattere dottrinale per l’intera Chiesa, un vero profeta e noi lo vogliamo riconoscere in questa sua identità e in questa sua visione».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

