Pietro e Giuseppina, custodi di Santa Lucia

30 Gennaio 2018

Viaggio nella frazioncina di Montereale dove sono rimasti a vivere in due. Il parroco: «Tra la gente c’è rassegnazione»

MONTEREALE. Santa Lucia è una frazione del Comune di Montereale. Si trova proprio sul confine tra Lazio e Abruzzo. Poco oltre ci sono i paesini appartenenti al Comune di Amatrice.
UN BORGO SVUOTATO. Questo borgo, che un tempo arrivava a contare d’inverno fino a 200 persone e d’estate, per le feste d’agosto, veniva invaso dai “romani” che fuggivano dalla capitale sia in cerca di un po’ di fresco che per tuffarsi nelle consolidate tradizioni dei loro padri e nonni, oggi è solo un insieme di case malmesse. Quasi tutte vuote. Quasi. Nella parte alta di Corso Italia da un comignolo spunta un filo di fumo che la leggera brezza disperde a zig zag. Il cancello è chiuso. Nello spazio antistante l’abitazione ci sono un paio di antichi attrezzi agricoli posati sul prato quasi fosse una piccola mostra di cultura contadina. Poco più in là una catasta di legna (in queste zone il bosco è ancora una risorsa), una cuccia, e subito a destra una casetta di non più di 15 metri quadrati.
GLI ULTIMI ABITANTI. Quel fumo è l’unico segno di vita. Il solo modo per sapere se in casa c’è qualcuno è suonare il campanello. Passano pochi secondi ed ecco che appare un uomo e subito dietro una donna. Brevi convenevoli e il cancello si apre. Pietro Spalla e sua moglie Giuseppina sono i soli abitanti di Santa Lucia. Dall’altra parte del borgo, a fianco alla chiesa dedicata alla santa che protegge gli occhi, c’è un’altra famiglia che da qualche tempo è tornata da Roma ma, per motivi di lavoro, di giorno non c’è mai. Pietro è anziano, però dimostra molto meno dei suoi 91 anni. La moglie Giuseppina ne ha 82. A causa di una caduta avvenuta tre mesi fa ha una fascia sulla gamba, ma cammina senza problemi e segue il marito passo passo. Pietro, quando era più giovane, era stato tentato di lasciare il suo paese di origine per andare nell’Urbe come hanno fatto centinaia di suoi coetanei. Ma a lui Roma non è mai piaciuta e ha preferito starsene a Santa Lucia. Ha fatto l’agricoltore e l’allevatore, si è costruito una casa “a blocchetti” che, dice con orgoglio «praticamente non ha avuto danni dal terremoto». Ma si sa, le scosse mettono comunque paura e allora i suoi figli (che hanno un’attività nella capitale e tornano spesso a trovare i genitori) gli hanno costruito una casettina di legno in caso di emergenza. Dentro c’è solo un letto e un termosifone di quelli che si collegano all’energia elettrica. La giornata di Pietro comincia alle 7. Colazione con latte, caffè e qualche fetta biscottata e poi, che ci sia il sole o la pioggia, camminata di un paio d’ore su e giù per i prati e la boscaglia che circondano Santa Lucia. Quando è periodo di caccia la passeggiata la fa con il suo cane. «Al ritorno mangio una frutta e a pranzo la pasta con un paio di bicchieri di vino. A sera cena leggera e da bere solo acqua». Il silenzio da queste parti fa compagnia ogni momento. In lontananza si sente uno scampanìo che rivela la presenza di alcuni cavalli ma il padrone non c’è, vive più a valle e sale di tanto in tanto per controllare che tutto sia a posto. Pietro non ha nessuna intenzione di lasciare il borgo. «Qui sono nato e qui quando Dio vorrà morirò». Poi si scioglie e racconta di un passato che adesso sembra leggenda.
TRE TERREMOTI. Il terremoto a Montereale è arrivato tre volte: nell’aprile del 2009, nell’agosto del 2016 e nel gennaio del 2017 (giusto un anno fa) ed è stato quello che ha fatto più male di tutti. Santa Lucia è una delle oltre trenta frazioni del Comune che, sulla carta, conta 2500 abitanti. La gran parte era in “simbiosi” con Roma. «In questi nostri borghi», dice Nando Giammarini, uno che la spola con la capitale per motivi di lavoro l’ha fatta per decenni, «l’estate era una festa continua. A Cabbia, il mio paese, ad agosto per camminare sulla strada principale bisognava quasi sgomitare. Ci stavamo appena riprendendo dopo il 2009 ed ecco che i terremoti del 2016 e 2017 ci hanno dato il colpo di grazia. Con le seconde case quasi tutte inagibili e con la legittima paura di nuove scosse le presenze si sono ridotte al lumicino. I pochi commercianti che hanno deciso di restare lo stanno facendo per puro amore di questi luoghi. A tenere aperto un bar o qualsiasi locale il più delle volte ci si rimette».
IL PARROCO. Il parroco di molte di queste frazioni compreso il capoluogo, Montereale, è don Serafino Loiacono. Non è in casa, ma al telefono spiega in poche parole la situazione con cui si misura ogni giorno parlando con la gente: «Quasi tutte le nostre chiese sono inagibili, però quello che maggiormente preoccupa è lo stato d’animo della popolazione che va dalla rassegnazione alla depressione. C’è una stasi preoccupante, non si vedono vie di uscita e non si riesce a immaginare il futuro per i giovani». È vero che la ricostruzione ha i suoi tempi, che spesso sono lunghi. Ma questi luoghi ora sono come pazienti in coma, se non vengono curati in maniera rapida, adeguata e intensiva hanno il destino segnato. E sarebbe una sconfitta per tutti.
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