Poggio di Roio, il paese cancellato

Cumuli di macerie tra crolli e demolizioni. La gente: noi dimenticati
L'AQUILA. «Allo spazio calmo». «Al luogo sicuro». Pure i cartelli verdi appesi ai pochi muri ancora in piedi si fanno beffe della devastazione di Poggio di Roio. Di calma ce n'è pure troppa, tra questi vicoli che neppure chi c'è nato riconosce più. Se chiedi a Nunzio e Aldo Ciccozzi, che salgono sul monterone di macerie che domina la vallata, di chi erano queste case spianate a terra li metti in difficoltà. I crolli prima, e le demolizioni poi, hanno mischiato casa mia e casa tua. Ammasso indistinto e immobile.
Lasciato il piazzale del santuario e arrivati a Capo L'Ara, dove s'è aperta una delle tante voragini che rendono incerto il futuro di questa frazione, basta spostare una transenna per entrare in un girone infernale. «Questa è B?», ha scritto Aldo con la vernice nera dopo la prima classificazione della casa paterna. «Qui hanno sfasciato più le demolizioni che il terremoto», dicono i residenti, non senza una certa amarezza. «È successo tutto in fretta. Sono arrivati i tecnici con l'ordine di abbattere e la gente non ha potuto fare niente. Ci hanno fatto firmare con le ruspe già pronte. C'è chi ha perduto tutto, casa e mobili dentro perché non è stato nemmeno avvertito delle demolizioni. Adesso qui è un mucchio indistinto, una maxi-discarica dove non si riconosce più niente».
Nel mirino alcune demolizioni successive che, a sentire i diretti interessati, avrebbero riguardato anche abitazioni che si sarebbero potute salvare. «Case in piedi sono state buttate giù e stalle cadenti sono puntellate», è il ritornello che torna anche a Roio, nel cui territorio si trova l'epicentro localizzato dalle parti di Colle Miruci. Intanto, un aspetto inquietante è che le macerie sono ancora tutte lì. In due anni nessuno ha pensato di togliere ferro e materassi, elettrodomestici e mobili, sedie e tavolini, bombole di gas. In compenso, un vecchio furgone smarmittato con due disperati a bordo s'avanza in cerca di roba da riciclare. «Ma quali demolizioni controllate?», aggiungono i residenti. «Qui hanno buttato a terra alla rinfusa, chiudendo anche l'accesso ad altre case dove adesso non si può rientrare. Da qualche parte bisognerà pure cominciare per togliere questo disastro».
Dietro un angolo la targa spezzata e abbandonata ricorda che questa era via padre Sfarra. «Qui è morta una donna», ricorda Fermilio Scassa. Le vittime a Roio sono state tre, una a Poggio e due a Roio Piano. Dalla collina lo sguardo va a Roio Piano, Colle e Santa Rufina. Altri crolli, altri danni, altro dolore. A Roio Piano c'è una struttura antisismica di proprietà comunale che risulta abbandonata, come ricorda Fulgenzio Ciccozzi, un altro residente di Roio. «Il rione del Ceraso è completamente raso al suolo. Ci sono fabbricati demoliti in molte strade mentre altri dovranno essere abbattuti. Macerie e materiali ferrosi sono stati lasciati abbandonati. Questo indica lo stallo di una situazione di là da venire. Forse, negli anni venturi, il borgo è destinato a rimanere un museo all'aperto e un dormitorio per le poche famiglie rimaste. Gran parte dei residenti ha dovuto allontanarsi.
La mancanza di abitazioni provvisorie vicino all'abitato ha creato un vuoto d'identità. Notevoli sono i problemi di viabilità anche per i pochi residenti che abitano in case agibili e altre appena tornate tali. C'è un enorme lavoro da fare ma sembra di combattere una battaglia contro un muro di burocrazia e disinteresse generale». Mancano i servizi, dall'ufficio postale ai centri di aggregazione alle chiese. Parecchie delle case di Roio erano affittate agli studenti universitari. Ora le sedi delle facoltà di Ingegneria ed Economia sono chiuse. In piazza le attività commerciali hanno riaperto in costruzioni di fortuna. Al bar l'aria è la stessa di fuori: «Qui non si è mosso niente. E di Roio si parla poco, anzi pochissimo».
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Lasciato il piazzale del santuario e arrivati a Capo L'Ara, dove s'è aperta una delle tante voragini che rendono incerto il futuro di questa frazione, basta spostare una transenna per entrare in un girone infernale. «Questa è B?», ha scritto Aldo con la vernice nera dopo la prima classificazione della casa paterna. «Qui hanno sfasciato più le demolizioni che il terremoto», dicono i residenti, non senza una certa amarezza. «È successo tutto in fretta. Sono arrivati i tecnici con l'ordine di abbattere e la gente non ha potuto fare niente. Ci hanno fatto firmare con le ruspe già pronte. C'è chi ha perduto tutto, casa e mobili dentro perché non è stato nemmeno avvertito delle demolizioni. Adesso qui è un mucchio indistinto, una maxi-discarica dove non si riconosce più niente».
Nel mirino alcune demolizioni successive che, a sentire i diretti interessati, avrebbero riguardato anche abitazioni che si sarebbero potute salvare. «Case in piedi sono state buttate giù e stalle cadenti sono puntellate», è il ritornello che torna anche a Roio, nel cui territorio si trova l'epicentro localizzato dalle parti di Colle Miruci. Intanto, un aspetto inquietante è che le macerie sono ancora tutte lì. In due anni nessuno ha pensato di togliere ferro e materassi, elettrodomestici e mobili, sedie e tavolini, bombole di gas. In compenso, un vecchio furgone smarmittato con due disperati a bordo s'avanza in cerca di roba da riciclare. «Ma quali demolizioni controllate?», aggiungono i residenti. «Qui hanno buttato a terra alla rinfusa, chiudendo anche l'accesso ad altre case dove adesso non si può rientrare. Da qualche parte bisognerà pure cominciare per togliere questo disastro».
Dietro un angolo la targa spezzata e abbandonata ricorda che questa era via padre Sfarra. «Qui è morta una donna», ricorda Fermilio Scassa. Le vittime a Roio sono state tre, una a Poggio e due a Roio Piano. Dalla collina lo sguardo va a Roio Piano, Colle e Santa Rufina. Altri crolli, altri danni, altro dolore. A Roio Piano c'è una struttura antisismica di proprietà comunale che risulta abbandonata, come ricorda Fulgenzio Ciccozzi, un altro residente di Roio. «Il rione del Ceraso è completamente raso al suolo. Ci sono fabbricati demoliti in molte strade mentre altri dovranno essere abbattuti. Macerie e materiali ferrosi sono stati lasciati abbandonati. Questo indica lo stallo di una situazione di là da venire. Forse, negli anni venturi, il borgo è destinato a rimanere un museo all'aperto e un dormitorio per le poche famiglie rimaste. Gran parte dei residenti ha dovuto allontanarsi.
La mancanza di abitazioni provvisorie vicino all'abitato ha creato un vuoto d'identità. Notevoli sono i problemi di viabilità anche per i pochi residenti che abitano in case agibili e altre appena tornate tali. C'è un enorme lavoro da fare ma sembra di combattere una battaglia contro un muro di burocrazia e disinteresse generale». Mancano i servizi, dall'ufficio postale ai centri di aggregazione alle chiese. Parecchie delle case di Roio erano affittate agli studenti universitari. Ora le sedi delle facoltà di Ingegneria ed Economia sono chiuse. In piazza le attività commerciali hanno riaperto in costruzioni di fortuna. Al bar l'aria è la stessa di fuori: «Qui non si è mosso niente. E di Roio si parla poco, anzi pochissimo».
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