Potere e prestigio, il mito della donna marsa

Convegno della Società operaia a Luco: Grossi riscopre ed esalta la figura femminile nell’antichità
LUCO DEI MARSI. Sul ruolo femminile nel mondo greco, etrusco e romano, grazie a dipinti, sculture, epigrafi, testi giuridici, corredi funerari, antichi scrittori, sappiamo abbastanza. Su quello preromano (IX-III secolo a.C.) invece non abbiamo fonti dirette, ma solo ciò che l’archeologia ci sta rivelando in questi ultimi anni. In un incontro tenutosi a Luco dei Marsi, su iniziativa del presidente della Società operaia di mutuo soccorso, Roberto Di Giammatteo, il professor Giuseppe Grossi, studioso della storia dei Marsi e archeologo, oltre a delineare il quadro delle condizione della donna fucense nel periodo paleoitalico e italico l’ha messa a raffronto con le civiltà contemporanee. «I Marsi», ha esordito lo studioso, «erano un popolo di agricoltori, pescatori, guerrieri e mercenari». Tanti quindi si allontanavano e rimanevano spesso assenti per diverso tempo. Alla donna veniva affidato il compito di custodire la casa, prendersi cura dei figli e amministrare i beni. Un compito che le conferiva grande prestigio. Come si evince dagli scavi. «Le sepolture», ha spiegato Grossi, «mostrano ricchi corredi femminili e la loro centralità nei grandi tumuli familiari, con oggetti di prestigio, come i dischi-stola, in cuoio e lamina di bronzo decorata da incisioni e trafori, portati sul basso ventre. Oltre a essere dedite all’arte della filatura, le donne fucensi e poi quelle marso-eque, mostrano evidenti segni di potere all’interno della comunità: non a caso, la divinità principale dell’ethnos marso-equo è una donna, una dea-maga, Angizia, che favoriva la fertilità e proteggeva le partorienti». Il ruolo della donna fucense, secondo il professor Grossi, si avvicinava più quello della donna etrusca che a quello della donna romana e greca. «Nel mondo greco», ha rilevato Grossi, «la donna era totalmente sottomessa all’uomo. Non partecipava a banchetti, spettacoli teatrali e riti funebri. Il coniuge poteva scegliersi anche una concubina riconosciuta giuridicamente. Fuori di casa poteva avere inoltre un’amante e andare con prostitute. La donna etrusca invece conduceva un’esistenza più libera rispetto alle donne greche e romane. Assisteva a spettacoli pubblici, banchettava e beveva vino accanto al marito. Poteva inoltre dare ai figli il proprio nome. E aveva il diritto di possedere oggetti di lusso. Era dunque una donna emancipata». L’atteggiamento romano verso il mondo femminile, secondo Grossi, era una via di mezzo soprattutto per l’apporto della componente italico-sabina. Nell’età imperiale le donne romane godettero di una libertà mai vista nell’età precedente con una maggiore indipendenza dal potere maschile. Augusto, per ripristinare gli antichi costumi, adottò leggi che punivano severamente l’adulterio. Ma fu una battaglia persa. Persino la figlia Giulia e la nipote, Giulia minore, furono allontanate da Roma perché accusate di adulterio. Con l’avvento del Cristianesimo, ci fu un riemergere della misoginia.
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