«Potevano fare attentati anche in Italia»

Lo scrive il giudice nell’ordinanza che dispone gli arresti dei 3 palestinesi. Uno era seguace di Arafat, operò nei servizi segreti
L’AQUILA. «Una struttura composta non soltanto dai tre indagati, ma anche dagli altri soggetti, alcuni deceduti negli scontri sul campo con i militari israeliani, altri in vita, oltre a una serie di altri soggetti che ancora devono essere identificati». Lo scrive il gip Marco Billi nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Anan Kamal Afif Yaeesh, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh (foto). I tre palestinesi, accusati di essere le menti di una cellula terroristica che progettava attentati anche suicidiari contro Cisgiordania e Israele, sono stati arrestati due giorni fa all’Aquila. Uno di essi ha un passato nei servizi segreti ed era seguace di Arafat. «Il centro decisionale e direttivo del sodalizio è stato posto volutamente all’estero», rileva il giudice, «per poter fuggire ai controlli israeliani ed è stata individuata come base logistica la città dell’Aquila, posta nelle vicinanze di Roma, ma in posizione più defilata e nascosta». «Gli atti di terrorismo programmati e pianificati avevano come obiettivi la popolazione civile, l’organizzazione militare e le strutture politiche all’estero», scrive il giudice, «anche se da alcuni spunti dell’indagine, come il riferimento all’arma da recuperare in Italia nella conversazione del 30 gennaio 2024 tra Irar Ali Saji Ribhi e Doghmosh Mansour, non appare possibile escludere che possano essere compiuti anche in Italia, non necessariamente soltanto nei confronti di obiettivi israeliani». Il giudice parla inoltre di «concreta pericolosità, pericolo di fuga e di realizzazione di atti terroristici» stante «l’immediata disponibilità di armi, la solidità dei contatti e dei collegamenti internazionali». Nel corso delle intercettazioni gli indagati fanno riferimento anche al «reperimento di risorse finanziarie da distribuire nelle varie zone della Cisgiordania» e di «armi». Emergono riferimenti espliciti a «fucili, autobombe e al “pacco dell’amore”», ovvero un ordigno e «di telecamere da installare sopra i fucili». Nella conversazione del 6 gennaio 2024 Al-Maqdah Munir chiede a Yaeesh Anan Kamal Afif di far predisporre le foto dei principali esponenti israeliani come se fossero carte da gioco, come fecero i militari statunitensi nei confronti degli esponenti iracheni nella guerra in Iraq. «...Se il tuo amico fa delle foto a tutti quelli del gabinetto di guerra, a Netanyahu e la sua banda...come le carte da gioco...qualcuno come jolly, allo stesso modo come fanno loro e fai un elenco di loro». I presunti terroristi potevano contare su cospicui finanziamenti. Seppur disoccupati, risultano titolari di diversi conti correnti, anche se preferivano operare in contanti consapevoli di essere «monitorati dal governo». Nelle prossime ore gli interrogatori. Sono difesi dagli avvocati Mauro Ceci, Stefania Clavanese e Flavio Rossi Albertini.

