Presi i profughi-spacciatori

Trentuno richiedenti asilo ospitati in centri d’accoglienza: 4 in carcere, gli altri indagati
L’AQUILA. Salvati in mare, su un barcone alla deriva, approdati in Sicilia e infine ospitati in strutture d’accoglienza nella provincia dell’Aquila. Richiedenti asilo politico per lo Stato italiano. «Spiccatamente inclini a delinquere, nullafacenti e dediti al compimento di reati dai quali trarre profitti anche per sostenere le famiglie rimaste nei Paesi d’origine» secondo il gip del tribunale dell’Aquila, Guendalina Buccella. Parole che danno le dimensioni di una storia dove si mischiano ospitalità e crimine e che sono impresse nell’ordinanza che all’alba di ieri ha fatto scattare 9 misure cautelari tra L’Aquila, Avezzano e Sulmona, oltre a perquisizioni in provincia, a Roma e a Firenze. Otto le ordinanze eseguite, mentre un nono profugo è ricercato nella capitale. Altre 24 persone sono indagate e altrettante sono state le perquisizioni in provincia dell’Aquila, nel Lazio e in Toscana. Trentuno i richiedenti asilo coinvolti, arrivati da Gambia, Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio, Niger e Mali, altri due indagati sono del Marocco. L’operazione è stata portata a termine dalla squadra Mobile della questura dell’Aquila diretta da Tommaso Niglio, con la collaborazione della Sezione criminalità straniera guidata da Benedetta Mariani. L’inchiesta è coordinata dal pm Stefano Gallo. In carcere si trovano Lamin Sanyang, 28 anni, Abdallah Sonko, 24, entrambi domiciliati nel centro d’accoglienza Eureka in via delle Orchidee ad Avezzano, Onye Buchi Harry, 31, e Amfaal Jobe, 32, il primo residente a Paganica, l’altro ospite nel centro d’accoglienza Fraterna Tau in via Roma all’Aquila. Il divieto di dimora in provincia dell’Aquila è scattato per Joel Mohamed Baki Sangare, 24 anni, Camara Bulli, 24, Addullah Cobry, 26, e Vistor Osayande. Quest’ultimo ospite alla Casa Santa dell’Annunziata di Sulmona, gli altri alla Eureka di Avezzano e alla Fraterna Tau. I 4 sono stati trasferiti in una struttura di Chieti. I reati contestati vanno dalla tentata violenza sessuale alla rapina, fino allo spaccio e alla ricettazione.
NOTTE DI TERRORE. Le indagini sono iniziate il 25 novembre dell’anno scorso dopo una rapina con un tentativo di violenza sessuale ai danni di una 26enne aquilana. La donna, mentre tornava nella propria abitazione, vicina al centro d’accoglienza, verso le 2 di notte è stata aggredita alle spalle da uno sconosciuto che, dopo averla afferrata per il collo e tappatole la bocca, l’ha trascinata all’interno di un fabbricato reso inagibile dal terremoto, puntandole un oggetto alla gola: «Se urli perdi la vita». Poi, dopo averla costretta a consegnare il telefonino e del denaro, l’uomo ha iniziato a palpeggiarla. Ma la giovane è riuscita a divincolarsi e a fuggire per tornare a casa.
SPACCIO E FURTI. Nel corso delle indagini dirette a identificare l’autore della rapina, individuato in un cittadino gambiano di 20 anni domiciliato nella comunità per richiedenti asilo (l’attuale ricercato), si è andata delineando l’esistenza di un sodalizio criminale capeggiato da un suo connazionale, un 28enne, anch’esso domiciliato all’Aquila e conosciuto alle forze dell’ordine per reati in materia di stupefacenti e per ricettazione, soprattutto di telefoni cellulari rubati. Da una perquisizione eseguita nel centro di accoglienza, dove il 28enne era domiciliato, sono stati scoperti dei telefonini con sim-card intestate a soggetti inesistenti e impiegate dalla banda per portare avanti, secondo l’accusa, una fiorente attività di spaccio di droga. Vendita di hascisc o marijuana, con dosi consegnate a domicilio dai richiedenti asilo – si muovevano in bicicletta tra i vicoli per meglio sfuggire a eventuali controlli – soprattutto a giovani, anche minorenni. Gli incontri avvenivano in centro storico cittadino, in pieno giorno e nei pressi dei palazzi in ricostruzione. E lo spaccio aveva trovato un ampio e altrettanto fiorente mercato nella Marsica, dopo il trasferimento dall’Aquila ad Avezzano di alcuni migranti.
DIALETTI AFRICANI. Un espediente che ha reso difficoltoso ricostruire le attività illecite commesse dal sodalizio criminale è stato l’utilizzo di idiomi dialettali quali mandingo, wollof e broken english, quest’ultima una variante dell’inglese con contaminazioni dialettali proprie degli indagati.
L’AIUTO DEGLI ONESTI. Ed è qui che c’è il lato nobile di questa storia criminale. Perché gli agenti di polizia sono stati aiutati nelle indagini da altri richiedenti asilo che hanno tradotto le intercettazioni telefoniche e i messaggi whatsapp. Una collaborazione sottolineata anche dal capo della Mobile dell’Aquila. «Occorre distinguere le persone per bene da quelle che delinquono nel nostro Paese», evidenzia il dirigente Tommaso Niglio, «e questa indagine è importante perché mette dei paletti: senza le persone di buona volontà che ci hanno aiutato non saremmo arrivati a questo risultato». Le perquisizioni di ieri hanno portato al sequestro di sei telefonini e di circa 40 grammi di hascisc.
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