Prete nei guai per omicidio Nuova sfilata di consulenti

22 Febbraio 2024

L’AQUILA. Si è aperto ieri a Venezia, davanti alla Corte d’Assise d’appello, il nuovo processo di secondo grado a carico di don Paolo Piccoli, 56enne sacerdote veronese incardinato nella diocesi dell’...

L’AQUILA. Si è aperto ieri a Venezia, davanti alla Corte d’Assise d’appello, il nuovo processo di secondo grado a carico di don Paolo Piccoli, 56enne sacerdote veronese incardinato nella diocesi dell’Aquila e molto noto, non soltanto in città, per essere stato parroco a Rocca di Cambio e Pizzoli e per aver operato sulle navi da crociera come cappellano.
A marzo dell’anno scorso la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio la condanna a 21 anni e sei mesi di carcere inflitta al sacerdote a seguito dell’accusa – che ha retto in due gradi di giudizio su tre – di aver strangolato, il 25 aprile 2014, l’anziano prelato monsignor Giuseppe Rocco. Una morte avvolta dal mistero, avvenuta nella Casa del Clero di Trieste, una sorta di albergo per sacerdoti pensionati. Anche il processo d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado. Ma per l’imputato Piccoli c’è ora un dettaglio sul quale la sua difesa punta per scardinare alla radice tutto il procedimento. Attraverso l’avvocato aquilano Vincenzo Calderoni era stata infatti impugnata la sentenza di secondo grado facendo riferimento all’asserita violazione del cosiddetto diritto della “parità delle armi”. Il diritto alla difesa dell’imputato sarebbe stato leso in relazione alla mancata partecipazione dei consulenti della difesa nel corso della prova tecnica. Da qui la necessità di ripetere il processo.
Nella giornata di ieri, dunque, di fronte ad altri giudici, e in presenza dell’unico imputato, è stata celebrata la prima udienza. Dopo le questioni preliminari la Corte ha rinviato alla successiva udienza del 7 marzo l’interrogatorio dei periti e dei consulenti di parte su istanza della difesa. La Corte d’Assise d’Appello ha ottemperato alla richiesta della Cassazione e ha pertanto disposto l’escussione.
«La Cassazione, dandoci ragione e accogliendo in pieno il nostro ricorso», sostiene l’avvocato Calderoni, «ha riconosciuto un vulnus nella difesa di Piccoli. Come da sempre sosteniamo, la morte di don Giuseppe Rocco non è da attribuirsi a un evento delittuoso, ma è stato un decesso naturale», in relazione alla primissima ipotesi che fu formulata dagli investigatori nell’immediatezza dei fatti.
Poi, sulla scorta di una più approfondita valutazione, e a valle dell’autopsia, la pubblica accusa formulò l’ipotesi di reato di omicidio volontario. A ritrovare il corpo senza vita del monsignore la sua assistente Eleonora Laura Dibitonto, la quale aveva tentato di rianimare l’anziano, come registrato anche dalla telefonata al 118. Sempre la perpetua, sia prima sia durante le fasi del processo, fu l’unica grande accusatrice di Piccoli.
La difesa del prete accusato di omicidio ha da sempre sostenuto che la donna fu la sola destinataria della cospicua eredità di monsignor Rocco. Un attivo che avrebbe poi diviso con i nipoti del monsignore.
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