Quegli angeli del soccorso sconfitti dalla nebbia sui monti di Campo Felice

24 Gennaio 2018

Il nostro viaggio insieme al dottor Scarsella: l’anno scorso partii subito con l’ambulanza, speravo di trovarli ancora vivi Oggi nel punto esatto in cui l'elicottero si schiantò c'è un fontanile: su una targa in pietra i nomi delle vittime

Il cancello del piccolo cimitero di Rocca di Cambio è semiaperto. Nelle zone in ombra c'è un filo di neve. Americo Scarsella, medico del servizio 118 dell'Aquila, sa dove andare. Nella parte posteriore di un loculario riposa il dottor Valter Bucci, l'amico di una vita. Una lapide semplice. Nella foto Walter sorride, sulla testa ha un caschetto compagno inseparabile di mille e mille interventi. «Quanti momenti belli passati con lui», sussurra Americo che a stento contiene la commozione. Infilata fra il marmo e la lampada votiva c'è l'immagine del medico insieme alle due figlie amatissime che da un anno piangono il papà volato via in una maledetta mattina di gennaio mentre faceva il suo dovere: aiutare le persone in difficoltà. Walter il 24 gennaio del 2017 era sull'elicottero del 118 che dagli impianti di sci di Campo Felice stava portando in ospedale, all'Aquila, Ettore Palanca, 50 anni di Roma, il turista che si era rotto una gamba durante una discesa con gli sci. Con Walter ed Ettore c'erano l'infermiere Giuseppe Serpetti di 59 anni, il tecnico di bordo Mario Matrella di 42 anni, Davide De Carolis, 40 anni, del soccorso alpino e il pilota Gianmarco Zavoli di 46 anni. Erano quelli giorni da tregenda. Neve, freddo, vento, nebbia, gelo stavano flagellando l'Abruzzo. A Rigopiano, qualche giorno prima, si erano contate 29 vittime a causa di una valanga che aveva travolto il Resort . Anche Valter, Davide e Gianmarco avevano partecipato ai soccorsi per tentare di salvare il maggior numero di vite possibili.
Il 24 gennaio, poco prima di mezzodì, nella zona di Campo Felice la nebbia giocava a nascondino con la montagna. Monte Cefalone appariva e spariva alla vista a seconda di come spirava il vento. Americo Scarsella ricorda ogni secondo di una mattina di lavoro che si annunciava problematica ma non più di tante altre. Valter, generoso come sempre, aveva accettato di scambiare il turno con un collega. Una cosa normale in ambienti di lavoro dove bisogna garantire la presenza per 24 ore al giorno. Poco prima delle 12 alla centrale del 118 cominciarono a giungere notizie frammentarie. Da Campo Felice l'addetto a uno dei box per il noleggio sci si era allarmato perché a un certo punto aveva sentito un rumore sordo provenire proprio da dove aveva visto dirigersi l'elicottero. La nebbia però impediva di vedere quello che era successo.
Pochi secondi dopo ecco un messaggio da una stazione radar in Emilia Romagna: “Abbiamo ricevuto un segnale di crash, avete un mezzo in volo?” fu la domanda. L'interlocutore rispose “sì”. Dalla stazione radar furono subito fornite le coordinate del punto in cui con molta probabilità era avvenuto lo schianto.
«Partii subito con l'ambulanza e poi altre seguirono la nostra», racconta Americo, «salimmo verso Campo Felice attraversando le frazioni di Lucoli. Cercavamo di guardare verso la montagna e nei valloni per intercettare qualcosa che potesse farci individuare l'esatta posizione dell'elicottero. Ma l'angoscia cresceva. Tentavo di domarla pensando che sì, il mezzo poteva avere avuto un incidente ma magari i danni erano limitati. Fino alla fine sono stato convinto, o forse volevo crederlo a tutti costi, che stavo andando a recuperare i passeggeri per riportarli a valle sani e salvi. Noi siamo abituati e addestrati a far fronte a ogni tipo di soccorso, ma quando sai che può essere accaduto qualcosa di grave a persone con le quali hai condiviso e condividi intere giornate di lavoro controllare le emozioni non è facile».
Ieri mattina, mentre la macchina saliva verso la Crocetta _ il valico che da Lucoli porta a Campo Felice _ il dottor Scarsella ha come rivissuto il dramma di un anno fa. Ha indicato ogni angolo, ogni curva, ogni incrocio di quelle strade lungo le quali l'ambulanza con lui a bordo si inerpicava alla disperata ricerca di qualcosa che nutrisse la speranza. Sono luoghi dal fascino incredibile, con le cascate di case a punteggiare qua e là un paesaggio in cui il tempo sembra essersi fermato. Luoghi che quella mattina si sono trasformati nella scena di una tragedia infinita. Fu una folata di vento ad aprire uno squarcio nella nebbia che ammantava monte Cefalone e tutti videro quello a cui nessuno voleva credere.
Oggi nel punto esatto in cui il muso dell'elicottero andò a picchiare, a 2.080 metri sul livello del mare, c'è un fontanile. Su una targa in pietra è scolpita questa frase: “Più forte del loro coraggio fu la nebbia” e sotto sei nomi: Gianmarco, Valter, Davide, Giuseppe, Mario, Ettore. Americo ferma la macchina dove un anno fa c'era una lunga fila di mezzi di soccorso. Uomini altrettanto coraggiosi salirono lungo il costone per riportare a valle i loro compagni senza vita. Strinsero i denti e frenarono la rabbia. Poi quando le salme furono sistemate sulle ambulanze per essere riportate a valle quegli uomini segnati dalla fatica e da anni di lavoro in montagna piansero. Piansero a lungo, senza freni. Tanti lo faranno anche oggi, un anno dopo. Tanti lo faranno ogni volta che penseranno a quelle vite svanite nella nebbia di un freddo giorno di fine gennaio.
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