Quell’ordinanza svuota-L’Aquila che Letta bloccò

8 Giugno 2016

I retroscena dell’Opcm 3762 che prevedeva il trasferimento degli uffici pubblici fuori città

L’AQUILA. Fra le quasi 700 “Grida” di manzoniana memoria relative al post-sisma dell’Aquila ce n’è una “fantasma”. Si tratta dell’ordinanza della presidenza del consiglio numero 3762 del 4 maggio del 2009. Di questa Opcm non si ha traccia ufficiale se non in un resoconto stenografico della seduta 208 del Senato del 19 maggio del 2009 nel corso della quale era in discussione la conversione in legge del decreto Abruzzo del 28 aprile 2009. A un certo punto il relatore della legge riferisce su tutte le ordinanze pubblicate dal sei aprile in poi. E scrive: “L’ordinanza 3762 del 4 maggio 2009 è stata revocata prima della pubblicazione. Nel provvedimento, tra l’altro, l’articolo 11 stabiliva che tutti gli uffici pubblici dell’Aquila venissero trasferiti in città limitrofe in altri uffici esterni al capoluogo”. Avete capito bene. Questa è l’ordinanza che stava per trasformarsi nella Caporetto aquilana. La leggenda racconta che il generale Massimo Cialente con una azione repentina nella notte – che sorprese gli avversari accampati e mezzo addormentati nella scuola della Guardia di Finanza – riuscì a “strappare” quell’ordinanza e restituire dignità alla città ferita e vilipesa. Questo è il mito che a “babbo morto” gli amministratori comunali hanno costruito. E come in tutti i racconti mitici un fondo di verità c’è sempre.

IL MISTERO. Su quella ordinanza c’è un primo mistero. Chi la compilò? E perché? Il primo cittadino ha più volte sostenuto, con dichiarazioni pubbliche, che la redazione (forse non materiale ma diciamo così “ideologica”) di quella ordinanza fosse dovuta all’ex amico e all’epoca presidente della giunta regionale Gianni Chiodi e a uno dei suoi assessori, Lanfranco Venturoni che nel 2009 aveva la delega alla sanità. In realtà questa è una rappresentazione semplicistica non supportata da prove documentali (a meno che non ce ne sia qualcuna nascosta in qualche cassetto di palazzo Fibbioni) e che è servita e serve solo a immaginare un nemico da “asfaltare”. Per avere un quadro attendibile bisogna ritornare indietro e immergersi nell’atmosfera di quel tempo, e stiamo parlando di 25 giorni dopo il sisma.

SITUAZIONE MAGGIO 2009. Tutta la città era stata evacuata, gli uffici pubblici erano paralizzati, il 60-70 per cento degli aquilani era sulla costa dove a fatica si cercò di organizzare un minimo di attività scolastica e garantire gli esami di stato. L’università (dove pure ci furono tentativi di trasferire, tutto o quasi, altrove) faceva attività – esami compresi – sotto le tende e poi in capannoni affittati in fretta e furia. I processi sia di tribunale che di Corte di Appello erano stati bloccati fino al 31 luglio del 2009. Gli uffici periferici dello Stato cercavano di riorganizzarsi alla meglio.

SOLLECITAZIONI. Questa situazione ebbe come conseguenza il fatto che la Protezione civile fu sollecitata da più parti a trovare soluzioni per far ripartire gli uffici, in particolare quelli giudiziari (per i quali come è noto fu poi indicata la sede provvisoria in una struttura direzionale nel Nucleo industriale di Bazzano). Furono forse queste sollecitazioni a spingere la Protezione civile a stilare quella ordinanza. Chi la redasse materialmente forse non lo sapremo mai, ma certo ne era perfettamente informato Guido Bertolaso, all’epoca il dominus assoluto della Protezione civile e probabilmente anche il prefetto Franco Gabrielli, oggi capo della polizia. Tra l’altro nell’ordinanza si parlava di tutti gli uffici pubblici della città “meno che la prefettura” che era stata sistemata nella scuola della Finanza dove è restata per circa 4 anni. E poi c’era un avverbio che doveva in qualche modo temperare l’effetto che la Opcm poteva avere sugli aquilani: “temporaneamente”. Quindi trasferimento non per sempre ma solo per il periodo necessario al ritorno a un minimo di normalità (l’ospedale per esempio - che fu falsamente dato per crollato – era stato evacuato e i pazienti che c’erano e tutti i feriti del sisma erano stati trasferiti in strutture sanitarie fuori cratere).

COMPLOTTO. Se si vuole escludere l’ipotesi del complotto contro L’Aquila, cosa che torna sempre bene nei comizi (tra l’altro in quei giorni tutta l’Italia era al capezzale della città e questo spesso viene dimenticato), bisogna comunque prendere atto che ci fu una buona dose di superficialità nello scrivere quella ordinanza, oltre che una enorme sottovalutazione delle conseguenze. Quella Opcm aveva come tutte le altre forza di legge. Il “temporaneamente” era generico. Chi avrebbe in seguito stabilito quando non avrebbe avuto più efficacia? Chi poteva assicurare che tutti gli uffici e tutto il personale sarebbe rientrato in città? L’ordinanza 3762 durante il pomeriggio del 4 maggio viene “confezionata” dallo staff di Bertolaso, e nel giro di un paio d’ore finisce sulla scrivania del presidente del consiglio Silvio Berlusconi che la firma. A quel punto era legge. La Caporetto aquilana stava per diventare una triste realtà.

PROVVIDENZA. È a questo punto che in soccorso arriva la “provvidenza”. Il sindaco Massimo Cialente viene a sapere della esistenza della Opcm “ammazza-L’Aquila”. Siamo fra le 23 e la mezzanotte del 4 maggio 2009. Il sindaco – e di questo gli va dato storicamente atto – capisce al volo l’effetto devastante che avrebbe potuto avere la 3762 in una prospettiva di medio e lungo termine. È furioso e cerca una soluzione per bloccare tutto. Fa una prima nervosa telefonata a Gianni Chiodi che in quel momento è in macchina perché sta tornando a Teramo. Gli chiede conto della Opcm, il presidente afferma di non saperne nulla e che comunque chiamerà subito l’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta per avere spiegazioni e dice al sindaco: «Chiamalo subito anche tu». Cialente – che l’avrebbe fatto comunque – compone il numero privato di Letta temendo di non avere risposta vista l’ora. E invece Letta risponde sia a Chiodi che a Cialente e rassicura entrambi: «Non so se esiste questa ordinanza, ma se esiste state certi che sarà bloccata». Nella notte si susseguono altre telefonate, in particolare fra il primo cittadino e Giovanni Lolli, all’epoca deputato Pd e pare anche con Giorgio De Matteis, vicepresidente del consiglio regionale. Al mattino del 5 maggio Letta chiama il presidente Silvio Berlusconi il quale conferma di aver firmato l’ordinanza: «Mi sembravano tutti d’accordo» si lascia scappare il premier. Vai a sapere quel “tutti” a chi si riferiva. La frittata era fatta. C’era un solo modo per bloccare la Opcm, impedire che venisse pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, che è l’ultimo passaggio per fare diventare operativa una legge. Letta chiama Alfonso Andriani del dipartimento per gli affari di Giustizia, il quale il 6 maggio mattina riceve una nota dalla presidenza del consiglio con la quale si chiede la non pubblicazione dell’ordinanza. Andriani a stretto giro di posta scrive una lettera (protocollo 5097/3) alla presidenza del consiglio in cui annota: “Come da vostra espressa richiesta si restituisce l’ordinanza indicata in oggetto dopo averne sospeso la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana”. Tutto finito? No. La Opcm non era stata pubblicata ma era stata firmata. Per seppellirla definitivamente e farla entrare fra i “miti” del post sisma aquilano (come se fosse il Gronchi rosa), Gianni Letta nella successiva ordinanza, la 3763 del 6 maggio 2009, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale l’11 maggio (che probabilmente riproponeva anche alcuni dei contenuti di quella mai venuta alla luce) all’articolo 12 fa scrivere: “L’ordinanza del presidente del consiglio dei ministri del 4 maggio 2009, numero 3762 è abrogata”.

L’Aquila, anche se in quel momento in pochi lo sapevano, aveva riacquistato dignità. Merito certo di Cialente e di chi corresse subito quell’errore marchiano. Ma che non si parli di complotto.

Quello serve solo a nutrire la propaganda politica.

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