«Quella notte d’inferno tra malati e macerie»

I primi soccorsi in ospedale e l’arrivo di morti e feriti «Grazie ai ragazzi del rugby i degenti trasferiti in barella»
di MONICA PELLICCIONE
L’odore acre del fumo, i lamenti dei pazienti, le scosse continue. Una dietro l’altra. Un misto di terrore e desolazione. E i momenti concitati dell’emergenza, per salvare il maggior numero di persone estratte dalle macerie, mentre le stanze dei poliambulatori, al piano terra dell’ospedale, si riempivano a poco a poco di cadaveri. Come in un tragico film dell’orrore. Ricorda quei momenti concitati di sette anni fa il dottor . Vittorio Festuccia, all’epoca direttore incaricato dell’Unità operativa di medicina interna ospedaliera del San Salvatore. Tra i primi ad accorrere in ospedale per prestare soccorso e trasferire i ricoverati.
Alle 3,32, quando si è verificato il terremoto, dove si trovava?
«Ero a casa, a Sant’Elia. Il tempo di realizzare quello che stava accadendo e sono corso subito in ospedale. Le infermiere del reparto, contattate telefonicamente, mi avevano detto che la situazione era drammatica e che c’erano stati danni importanti ai tramezzi. Alle 3.50 ero in corsia: per raggiungere l’ospedale ho attraversato porta Rivera e sono passato a Pile. Strada facendo, mi sono reso conto che la città era piegata: ho visto le storiche mura crollate, lungo la Mausonia c’era un forte odore di gas. Ho capito subito che era accaduto qualcosa di grave».
Arrivato sul posto, che situazione ha trovato?
«Il primo problema è stato quello di mettere in sicurezza i pazienti. Non esisteva un piano di evacuazione dell’ospedale, nonostante le scosse si ripetessero da giorni, in modo sistematico. Mi sono assunto in prima persona la responsabilità di far evacuare il Delta medicina, l’ala più danneggiata dell’ospedale. Abbiamo trasferito i degenti dal reparto utilizzando letti e barelle e, grazie al contributo di Massimo Mascioletti e dei ragazzi dell’Aquila rugby, li abbiamo trasferiti dal terzo al primo piano, all’interno di un tunnel in cemento armato. Sono rimasti lì per tutta la notte. Al mattino è iniziato il trasferimento dei più gravi nei vari ospedali abruzzesi e romani».
Qual era lo stato d’animo del personale e dei malati?
«Ci siamo trovati a gestire una doppia emergenza: quella sanitaria, con la centrale operativa del pronto soccorso dove affluivano in continuazione i feriti, e quella psicologica, dovendo far fronte a mille difficoltà. Flebo in corso, bombole di ossigeno da recuperare, centinaia di malati da gestire. Intorno alle 10 del mattino sono arrivati i primi cadaveri, appoggiati dapprima in una stanza del pronto soccorso, poi nel locali del Cup. Le immagini delle salme affilate nelle stanze dei poliambulatori resteranno per sempre impresse nella mia mente. Solo in un secondo momento, quando ci si è resi conto della portata della tragedia, sono state trasferite alla Guardia di finanza».
Come ha risposto a una simile tragedia il personale medico e paramedico?
«In modo encomiabile, con grande spirito di sacrificio, mettendosi subito a disposizione. Lo stesso giorno si è reso necessario allestire l’ospedale da campo, per i pazienti meno gravi che non potevano essere dimessi e neppure trasferiti. La sera del 6 aprile era già stata montata la prima tenda dell’ospedale da campo, che è rimasto in funzione per circa tre settimane, fino a quando non è stato allestito l’ospedale del G8. Per mesi abbiamo lavorato in condizioni di emergenza piena, tra mille difficoltà, ma con la voglia di farcela. Di andare avanti e prestare aiuto e soccorso a tanta gente in difficoltà».
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