Richiesta case equivalenti: il cratere snobba la norma

Sono state solo 13 le pratiche inoltrate dai 56 comuni all’Ufficio speciale di Fossa Oltre mille le abitazioni cedute all’Aquila, con i soldi investiti anche in altre città
L’AQUILA. La norma sull’abitazione equivalente (contestata all’apparenza da tutti ma che è ancora vigente seppur con una significativa modifica che risale al 2016) se nel Comune dell’Aquila è stata largamente utilizzata (alla fine della ricostruzione potrebbero essere più di mille le pratiche avviate e accettate) nei 56 Comuni del cratere è stata praticamente ignorata.
Dal 2009 ad oggi sono solo 13 le richieste, di cui 11 accolte e due ancora all’esame dell’Ufficio speciale che ha sede ha Fossa. Se si pensa che nei Comuni minori le case già ristrutturate sono circa 11.000 siamo a un’ incidenza dell’uno per mille.
LA NORMA
La legge del 24 giugno 2009 relativa a «interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo» aveva previsto la possibilità di concedere contributi per l’acquisto di un’abitazione sostitutiva della casa principale che fosse crollata per almeno il 25 per cento (criterio quest'ultimo un bel po’ annacquato con successivi provvedimenti). Si decise che la nuova casa poteva essere “cercata” in ogni parte d’Italia (qualcuno è andato fino a Sassari) e che la vecchia (decreto commissariale 43 del 2011) sarebbe stata ceduta al Comune dell’Aquila (che ora ne possiede centinaia di cui una parte, 150, confluite nel Collegio Fernando d’Aragona, una casa dello studente diffusa sul territorio comunale).
Nel 2016 qualcuno si accorse che andando avanti così sarebbe stata favorita una sorta di fuga dalla città e si decise che il riacquisto poteva avvenire solo all’interno del Comune dell’Aquila (o del Comune del cratere interessato).
Questo ha frenato le richieste ma non le ha fermate definitivamente. La norma all’Aquila è stata spesso utilizzata per motivi familiari (compro la casa a Roma a un parente che lavora nella capitale e io mi tengo comunque una “piccola” casetta in città ristrutturata magari come seconda casa), o per trovare una sistemazione migliore. La gran parte delle case equivalenti erano infatti in condomini e sono state scambiate con abitazioni più comode fuori dal centro storico (che viene esaltato solo a parole).
In qualche caso (pochi per fortuna), c’è chi ne ha fatto una vera e propria speculazione. Le case equivalenti sono state “pagate” dallo Stato 2.500 euro a metro quadro.
Con quei soldi c’è chi ha comprato a Roma e a Milano facendo un vero e proprio investimento. Dall’elenco delle abitazioni “acquistate” fuori città si evince che le località più gettonate sono state Pescara, Montesilvano, Alba Adriatica e Tortoreto. E poi Chieti, Teramo, località marchigiane come San Benedetto del Tronto e Grottammare.
I COMUNI DEL CRATERE
Lo stop dato nel 2016 alla possibilità di ricomprare ovunque in Italia ha “tarpato le ali” a chi, residente in uno dei paesi del cratere aveva fatto un pensierino a trasferirsi altrove. Va pure tenuto conto che nei borghi dell’Aquilano ci sono molte seconde case e la popolazione residente tutto l’anno è anziana. Nei piccoli centri storici le proprietà sono pure molto frazionate per cui le procedure sarebbero state più complesse.
Fatto sta che la norma sulla casa equivalente non ha avuto il successo che ha avuto all’Aquila. I 13 “casi” sono così distribuiti: due a Fossa, quattro nelle frazioni di Ocre, una a Pizzoli, una a Villa Sant’Angelo, due a Sant’Eusanio, una a San Pio delle Camere, una a Prata d’Ansidonia, una a Colonnella (Teramo).
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