Rizzo: «Non c’è più la sinistra. Un partito? L’Italia del domani»

La critica: «I bambini del bosco di Palmoli e il caso Roggero sono il paradigma del modo in cui agisce la giustizia italiana»
L’AQUILA. Dalle evoluzioni del quartiere operaio di Borgo Vittoria a Torino alla crisi di Democrazia sovrana popolare. Marco Rizzo arriva all’Aquila con “Una biografia di periferia”, il libro in cui ripercorre la propria formazione tra fabbriche, curva, classe operaia e militanza politica. L’ex europarlamentare annuncia un tour estivo in sette regioni, apre alla nascita di un nuovo progetto da chiamare “Italia del domani”. La presentazione del volume è in programma questo pomeriggio, alle 18, al Nero Caffè, con Shiva Guerrieri e il giornalista Sergio Venditti. «La scelta dell’Aquila non è casuale. Ci sono le periferie delle grandi città e poi quelle dei territori. L’Aquila mantiene questa caratteristica rispetto ai grandi centri, al lavoro e alla società. Lo spopolamento avviene poco alla volta: chiudono servizi, vengono cancellate priorità, la gente si allontana e chi rimane incontra sempre maggiori difficoltà».
Qui pesa anche la ferita del terremoto.
«È una ferita insanabile. Non si possono negare gli sforzi compiuti, ma resta il problema di una periferia territoriale. Chi ci vive sa che cosa significa: trasporti, qualità della vita e sanità pubblica».
Nel libro racconta la periferia operaia di Torino. Quanto è cambiato quel mondo?
«È cambiato praticamente tutto. La sinistra che conoscevo io non c’è più o è talmente cambiata da rendermi estraneo. La sede provinciale del Pci a Torino si trovava nel quartiere operaio di Borgo Vittoria. Oggi in quel palazzo c’è una banca. Sono cambiati proprio i punti cardinali».
Non sembra neanche così netta la contrapposizione tra destra e sinistra?
«Spesso sono due facce della stessa medaglia. Il conflitto oggi è tra il popolo e l’élite, tra il basso e l’alto. Il ceto medio è stato impoverito ed è diventato esso stesso classe lavoratrice. Bisognerebbe unire lavoratori, piccole e medie imprese, professionisti e agricoltori contro la grande speculazione finanziaria».
Non ha partecipato all’ultimo congresso di Democrazia sovrana popolare e il presidente Francesco Toscano le ha chiesto di dimettersi. Lo farà?
«Questo lo vedremo. Nel 1990 gli iscritti ai partiti erano sei milioni, oggi sono meno di cinquecentomila. Contano le idee, le prospettive e le traiettorie, non i piccoli numeri di un’assemblea».
Tra i motivi della rottura ci sono sicurezza, immigrazione e il dialogo con Vannacci.
«La sicurezza è un tema fondamentale e colpisce soprattutto le classi più deboli, gli anziani, le donne e i bambini. L’Africa deve essere lasciata agli africani, senza sfruttare quei Paesi, ma in Italia dobbiamo tutelare i cittadini. Chi affronta questi temi rischia di essere definito di destra. Io ho le spalle larghe e non voglio eludere il problema».
Ad agosto attraverserà sette regioni alla ricerca di occasioni di confronto. C’è forse la volontà di gettare le fondamenta di un nuovo movimento?
«Farò un giro di 28 giorni per ascoltare che cosa pensa la gente. Chiuderò in Sardegna il 25 agosto. Credo che il conflitto tra popolo ed élite farà sciogliere molti nodi e che nel giro di un anno possa determinarsi un quadro politico nuovo».
Potrebbe chiamarsi “Italia del domani”?
«Chi fa politica dovrebbe pensare a impedire il declino del Paese. Serve un’Italia del futuro, un’Italia del domani. Potrebbe essere proprio questo il nome di un nuovo progetto».
Negli ultimi mesi è intervenuto sul caso della famiglia nel bosco. Perché lo considera emblematico?
«È paradigmatico del modo in cui agisce la giustizia italiana. Da una parte, un modello culturale può essere tollerato nelle periferie, nei campi rom o nelle comunità di immigrati; dall’altra, se viene scelto liberamente da persone che non appartengono a queste minoranze, viene duramente sanzionato. Sono due pesi e due misure, come in altri ambiti. Uno dei due americani coinvolti nell’uccisione di Cerciello Rega, condannato prima all’ergastolo e poi a undici anni, oggi si trova ai domiciliari con il braccialetto elettronico e magari può anche fare il bagno al mare. Mario Roggero, invece, è stato condannato a quindici anni che, alla sua età, equivalgono di fatto all’ergastolo».
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