Roio Piano, rinascita lontana tra degrado e cartelli vendesi

Quattro passi nella frazione dove la ricostruzione va avanti a macchia di leopardo Luigina resiste nell’abitazione riparata, ma isolata. Palazzo Ciccozzi, lavori al via
ROIO PIANO. A nove anni dal terremoto chi vuole fare il punto sulla ricostruzione delle frazioni del Comune dell’Aquila deve venire qui, a Roio Piano.
IL BORGO. Il borgo è adagiato in una piccola conca che è uno dei tanti gioielli naturali del circondario del capoluogo. Una strada stretta – via Cavour – attraversa tutto il paese. Vicoli e vicoletti si infilano tra le case. Piazzette, angoli, scalinate: per secoli sono stati testimoni della vita della comunità. Roio Piano non è cambiato molto dal sei aprile 2009. Un po’ di abitazioni – soprattutto nell’immediata periferia – sono state rifatte, ma per il resto è abbandono e desolazione. Ti guardi intorno e ti chiedi: ma chi l’ha programmata questa ricostruzione? Con quali criteri chi ha avuto in questi anni le responsabilità politiche, amministrative, tecniche, ha pensato alla rinascita di borghi storici e bellissimi? La risposta è sempre la stessa: niente seri piani di ricostruzione, nessuna idea per innovare gli spazi pubblici, gli aggregati partono a macchia di leopardo, i progetti si “incartano” a causa di proprietari che non sanno nemmeno loro quello che vogliono, le demolizioni vengono decise per un edificio sì e uno no con criteri da settimana enigmistica e si potrebbe continuare a lungo. Sembra di stare in quei campetti di periferia sui quali si sfidavano scapoli e ammogliati al grido: palla fai tu.
PRIGIONIERA IN CASA. Luigina Ciotti è una signora di circa 70 anni, nata e vissuta a Roio Piano. Ha lavorato per decenni all’Agenzia delle entrate. La notte del terremoto si è salvata per puro caso. È uno dei 1500 feriti di quella tragedia. Per tirare fuori una gamba finita fra le macerie mentre tentava di scendere al piano terra, dove c’era la nipote, si procurò una grave ferita e ha perso alcune dita di un piede. Ha avuto un Map a Santa Rufina (un’altra delle numerose frazioni dell’ex comune di Roio) e qualche mese fa è tornata nella sua casa demolita e ricostruita che si trova a Roio Piano in via Aia del Ceraso, una traversa di via dei Calzolai. Tutto bene? Solo in apparenza. Oggi Luigina vive isolata in un angolo spettrale. A fianco c’è una casa che nel gennaio 2017, a causa della scossa che da queste parti ha colpito duro, si è letteralmente “gonfiata”. E vederla fa paura, potrebbe crollare da un momento all'altro e finire sull’uscio della signora. A due passi macerie e un paio di cantieri, la cui conclusione non sembra a breve termine. Intorno a Luigina non c’è anima viva. Una sola casa è agibile, ma il proprietario per motivi di lavoro non c’è quasi mai. La strada di accesso è sterrata, piena di buche e quando piove il fango la fa da padrone. Illuminazione zero. In sostanza è stata ricostruita una casa senza tenere conto che lì qualcuno ci doveva tornare a vivere. Una piccola cattedrale nel deserto. Nessuno si è preoccupato di adeguare la viabilità o mettere un faro per dar luce a quell’angolo del borgo. E magari puntellare l’edificio pericoloso. «Solo i miei due cani mi fanno compagnia», dice amara Luigina Ciotti. È come se volesse dire: di loro mi fido, degli uomini no. «Quando vai in Comune per segnalare le cose che non vanno e vedono che sei una persona sola e anziana», dice, «ti fanno prima aspettare due ore e poi ti liquidano con qualche mezza promessa che non si avvera mai».
AFFITTASI E VENDESI. C’è una zona a Roio Piano, sul limitare del centro storico, dove diverse abitazioni sono state ricostruite: belle, con un paio di vicoletti dove il criterio del com’era e dov’era è stato ben declinato. A parte l’asfalto (si spera provvisorio) usato per ripavimentare i vicoli, si può avere l’idea di come fra un bel po’ di anni saranno i nostri borghi – oggi all’80% ancora disastrati – e viene da pensare positivo. Poi da un paio di finestre spuntano cartelli: vendesi-affittasi. Il che significa che sono state ricostruite case che ai proprietari non servivano per abitarci, ma magari servivano a rimpinguare il loro conto corrente con i soldi di tutti gli italiani. E quanti cartelli spunteranno man mano che la ricostruzione andrà avanti.
INGIUSTIZIE. Un anziano abitante, che ha circa 90 anni, e che è ancora in un Map, si sfoga: qui hanno rifatto case che non servono a nessuno e le prime case, quelle vere, non quelle che risultano solo dalle scartoffie, sono ancora lì in attesa. Su Palazzo Ciccozzi, simbolo dell’economia pastorale del XVII-XVIII secolo, da un mesetto è comparso un cartello che annuncia l’inizio dei lavori. Fra due anni dovrebbero essere terminati. Ma rischia di essere un “diamante” nella desolazione più totale. È un altro edificio, bello e imponente, che forse andava ricostruito tenendo conto della rinascita dell’intero contesto. Magari qualcuno ci avrà pure pensato. E chissà che non avvenga il miracolo. Della ricostruzione pubblica non si parla: sembra che ci si stia accapigliando pure per una variante all’abitato: basterà infatti un cantiere o una gru in centro storico per bloccare la principale via di accesso. La solidarietà si chiede – e a volte si pretende – sempre dagli altri. C’è poi l’annosa vicenda del centro Caritas, inaugurato due volte e mai aperto. Costruito sull’onda dell’emergenza, si è scoperto che non aveva tutte le “carte” a posto. Dalla Curia fanno sapere che si sta facendo il possibile per sbloccare la situazione, ma i tempi saranno lunghi. Il cuore di Roio Piano prima o poi riprenderà a battere. Ma per sentirlo forte e chiaro meglio ripassare. Fra una decina di anni. Se tutto va bene.
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