Rosa, l’artista del Seicento era originario di Tempera

27 Maggio 2021

TEMPERA. Carlo Rosa, anche se poco noto, è tra i più importanti artisti del Seicento. La giornalista Nunzia Masci e l’archivista Alfonso De Amicis hanno scoperto che l’artista ha legami con Tempera...

TEMPERA. Carlo Rosa, anche se poco noto, è tra i più importanti artisti del Seicento. La giornalista Nunzia Masci e l’archivista Alfonso De Amicis hanno scoperto che l’artista ha legami con Tempera attraverso il nonno che aveva vissuto a lungo nel paese attraversato dal fiume Vera prima di trasferirsi a Napoli. «Affiora dalle antiche carte catastali la prova che lega Tempera al più grande nome dell’arte seicentesca nel Meridione, Carlo Rosa», scrive Masci. «Pittore, citato nei saggi, nelle riviste d’arte e nelle enciclopedie più importanti è vissuto tra il 1613 e il 1678. Fu a capo della cosiddetta Bottega bitontina, divenuta molto prolifica a Bari e Lecce nel XVII secolo, che vide nel suo fondatore uno tra i maggiori rappresentanti del Naturalismo in molte zone del Viceregno spagnolo. Rosa era il nipote di Alfonso – illustre esponente dell’antica stirpe dei De Rosis, conosciuti anche come Rosa – emigrato dall’Aquila in Puglia nel 1580. Molte notizie si trovano su ciò che avvenne da quella data in poi, ben poco si conosce del trascorso di “nonno” Alfonso sulle rive del Vera. Si sa che il suo nome figura inizialmente accanto a quello di Jo Battista Rosa in alcuni atti catastali datati 1593, scovati di recente dall’ambientalista, archivista e ricercatore Alfonso De Amicis e che attestano, tra le altre proprietà temperesi, quella del mulino, oggi noto come Mulino Gasbarri. Alfonso Rosa apparteneva a questo nobile lignaggio, che fu famiglia primaria di Tempera, benestante e potente nel quadro aquilano e nello stesso tempo fortemente unito al castrum originario, tanto da voler mantenere in molti documenti la denominazione, “de Intervera”. Più chiaro è ciò che accadde in Puglia. Alfonso, lasciata Tempera, sposò a Bitonto Livia di Silvio Tirone ed ebbe molti figli, tra i quali Massenzio, pittore anche lui. Giovinazzo Massenzio si unì in matrimonio con la nobile Giustina De Angelis ed ebbe 5 figli, dei quali Carlo era il secondogenito. Il suo nome figura nei libri della chiesa di San Felice di Giovinazzo, tra i battezzati del 7 luglio 1613. Con l’età e dopo una formazione importante, crebbe la sua fama. Lasciò traccia della sua raffinata opera artistica in quasi tutti i luoghi d’interesse della transumanza. La sua firma portano i soffitti della basilica di San Nicola di Bari e della cattedrale di Lecce, in un’attività che durò oltre 40 anni e annoverò tra i suoi committenti il viceré di Napoli, nobili, ordini religiosi ed ecclesiastici. Tantissime le citazioni nei più noti manuali d’Arte e nella saggistica. Nel 2014 una sua tela, raffigurante l’ultima cena, recuperata dopo essere stata rubata ad Acerra, è stata esposta al Quirinale. Enciclopedie del calibro della Treccani lo inseriscono tra gli esempi più alti di arte del tempo. La sua casa è segnata tra gli edifici d’interesse nella carta dei Beni culturali Apulia. Sul sito Internet si legge che la casa appartenne ai De Rosis fin dal XVI secolo e dunque, presumibilmente, il “temperese” Alfonso l’abitò. Se ne descrivono le fattezze e lo stemma del casato, che corrisponde a quello della famiglia aquilana d’origine: su uno sfondo azzurro un leone dorato con corona, sottostante a una banda d’argento, caricata di tre rose rosse; in alto un’aquila nera, coronata. Dopo aver svolto un’intensissima attività artistica tra Bari e Lecce, ma anche Napoli e Roma, Carlo morì il 12 settembre 1678 a Bitonto, nel palazzo nobiliare e nella stessa città che il nonno aveva scelto per stabilire la sua discendenza, dopo aver lasciato Tempera. Venne sepolto nella chiesa del Crocifisso, da lui stesso progettata e il suo nome restò per sempre incastonato nella Storia dell’Arte di tutti i tempi come un diamante raro, scaturito delle acque del Vera. Questa scoperta svela un’evidenza inaspettata tutta da approfondire e proietta la storia del piccolo borgo aquilano verso una dimensione internazionale», conclude Masci. (g.p.)