Sangue infetto, ecco il maxi-risarcimento

Gli eredi di un paziente (poi deceduto nel 2014) otterranno 300mila euro più gli interessi dal liquidatore dell’ex Ulss
L’AQUILA. La Corte d’Appello ha definito un caso di malasanità con una condanna in seguito a una malattia insorta a seguito di una trasfusione eseguita all’ospedale San Salvatore.
La storia inizia nel lontano 1985 quando un aquilano, G.D.P., si ammalò di epatite C in seguito a una terapia trasfusionale. Una decina di anni dopo, quando ci si rese conto del collegamento della patologia con la trasfusione, venne avviata la causa risarcitoria per sentire condannare l’ex Usl e la Regione, a favore dei familiari del paziente che poi è deceduto nel 2014. La morte non è collegata alla trasfusione, ma la richiesta dei danni poggia sui sintomi persistenti della patologia contratta nonostante l’uomo abbia poi vissuto a lungo.
I giudici, alla fine, hanno accolto il ricorso e, ribaltando la decisione di primo grado, hanno stabilito che le condanne al risarcimento sono a carico della Gestione liquidatoria della Ex Ulss dell’Aquila e della Regione. Infatti, quando ci fu l’errore medico, ovvero a metà anni Ottanta, era in corso la trasformazione dell’Unita sanitaria locale in Azienda sanitaria e vi era, nella transizione, un soggetto a parte, tuttora esistente, che è, appunto, la Gestione liquidatoria che è stata condannata in solido con la Regione Abruzzo che, all’epoca, ne era rappresentante legale. L’attuale Asl, infatti, non risulta condannata in quanto diverso soggetto giuridico che allora non esisteva ancora.
I giudici (Silvia Rita Fabrizio, Francesco Filocamo, Giuseppe De Falco) hanno stabilito che la somma da pagare è di 290mila euro oltre agli interessi legali calcolati «a partire dalla data del sinistro (5 febbraio 1985) e rivalutata di anno in anno fino al saldo».
Si tratta, dunque, di una cifra complessiva molto alta, ma da quantificare nella sua esattezza.
Gli enti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio mentre l’Asl, cui non è stato addebitato nulla, dovrà essere risarcita per le spese legali per oltre 12mila euro.
Naturalmente si è trattato di una controversia molto complessa e giocata sul filo di perizie che certificavano l’una il contrario dell’altra. E con una legislazione che negli anni è cambiata.
La singolarità di questo giudizio sta anche nel fatto che non è presente, come avviene per altre controversie similari, il ministero della Salute.
Le parti ricorrenti sono state assistite dagli avvocati Bernardino Ciucci e Alessandro Ciucci, mentre l’Azienda sanitaria uscita indenne dalla causa, è stata patrocinata dall’avvocato Angelo Colagrande.
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