Sangue infetto, lo Stato paga un milione

14 Aprile 2018

Maxi risarcimento agli eredi di una donna contagiata dall’epatite C dopo una trasfusione in ospedale: odissea lunga 33 anni

AVEZZANO. Era il 1973 quando, in seguito a un’emorragia, fu costretta a ricevere del sangue. Una trasfusione infetta da epatite C che per i successivi 33 anni l’ha costretta a convivere con febbre e spossatezza, fino alla morte avvenuta nel 2006. Gli eredi della donna, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, si sono visti riconoscere un risarcimento di un milione e 100mila euro. La sentenza è stata emessa dalla Cassazione di Roma. Dovrà essere il ministero della Salute a ottemperare al pagamento.
La Suprema corte ha respinto il ricorso dell’organo governativo poiché «è stato accertato che già all’epoca della trasfusione subita il ministero della Salute aveva l’obbligo del controllo e della vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico». Ravvisando dunque «la condotta omissiva con riferimento alle cognizioni scientifiche dell’epoca».
Gli eredi sono stati assistiti dall’avvocato Cristian Carpineta.
La vicenda giudiziaria ha avuto inizio nel 2003 quando la donna marsicana era ancora in vita. Nel 1973, nel corso di una trasfusione in ospedale, aveva subìto il contagio. Per 14 anni, nonostante i ricoveri periodici in seguito a malesseri continui, non era stata diagnosticata alcuna malattia infettiva. Diagnosi avvenuta soltanto il 27 luglio 1987 all’ospedale di Avezzano. La donna è deceduta nel 2006 all’età di 73 anni. Nel 2007, nel giudizio di primo grado in tribunale, il giudice aveva respinto le richieste degli eredi. Sentenza ribaltata in Corte d’appello all’Aquila, nel 2014, quando il giudice Augusto Pace ha dato ragione ai familiari della donna. Il ministero della Salute aveva impugnato la sentenza e così si è arrivati in Cassazione. La discussione c’è stata il 18 ottobre dello scorso anno e in questi giorni è arrivata la pubblicazione della sentenza.
Gli interessi maturati per il risarcimento danni fanno riferimento alla data del 27 luglio 1987, quando per la prima volta era stata diagnosticata l’epatite C.
«Si tratta di un provvedimento di eccezionale rilevanza», sottolinea l’avvocato Carpineta, «perché la Suprema corte ha riconosciuto la responsabilità del Ministero nonostante il contagio sia antecedente al 1978, anno in cui furono introdotte normative più stringenti per attuare protocolli adeguati nei centri trasfusionali degli ospedali ed evitare la diffusione di agenti patogeni».
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