Santa Croce dopo 8 anni: tutto fermo, niente lavori

2 Gennaio 2018

L’area “a breve” bloccata da intrighi, intoppi della burocrazia e ricorsi 

L’AQUILA. Nel 2010, a poco più di un anno dal terremoto, era stata individuata fra le sei “aree a breve” della città dove ricostruire e riqualificare in tempi super rapidi. Otto anni dopo “l'area a breve di Santa Croce” incastrata fra via XX Settembre e via Roma, proprio davanti al palazzo di giustizia, è diventata l'esempio di ritardi, intrighi, intoppi, burocrazia senza anima, carte che vanno e che vengono da un ufficio all'altro, ricorsi al Tar e chi più ne ha più ne metta. E in tutto questo c’è una ventina di famiglie (all'origine erano di più ma alcune o per sfinimento o per convinzione hanno scelto l'equivalente o la permuta della seconda casa) che non sanno ancora se la loro abitazione sarà o meno ricostruita e soprattutto quando.
LUCI E OMBRE. Ma di che cosa si sta parlando in realtà? Basta andare a vedere per avere la conferma che c'è stata e forse ancora c'è _ al di là delle belle parole dei politici e dei loro tirapiedi _ una ricostruzione per cittadini di serie A e una per quelli di serie B. Spesso si è detto che la serie B (e a volte anche la C) viene “giocata” soprattutto fra le macerie delle frazioni ma nel caso Santa Croce si scopre una “enclave” anche dentro le sacre mura del capoluogo, quelle che segnano la differenza fra chi è a denominazione di origine controllata e chi è un cane sciolto.
La zona in questione è facilmente raggiungibile da via XX Settembre. Di qua c'è una città “quasi” normale. La riapertura in tempi record del tribunale, la presenza a due passi della sede operativa del Comune, un'edicola, un locale molto apprezzato dagli avventori, e poi un ristorante, altri bar, centri commerciali, negozi, tutti stipati al margine del centro storico in attesa di poter fare di nuovo il grande balzo nel cuore della città oggi ancora asfittico e semideserto.
IL PERCORSO. Si attraversa l'arco stretto ed ecco che tutto cambia. Appena a destra una chiesa cadente che si regge grazie a vigorosi puntellamenti. Negli anni ante sisma era diventata luogo di culto per i cristiani ortodossi. A fianco, sempre sulla destra, un palazzo abbattuto e già ricostruito. E questo è già di per sé un mezzo mistero. Perché un edificio sì e tutti gli altri no? Ci saranno spiegazioni convincenti (la Soprintendenza provò a chiarire con una nota di qualche tempo fa perché quello spicchio non era stato vincolato a differenza del resto), ma vallo a dire a chi abitava a cinque metri dall'edificio già rifatto (più o meno la larghezza della strada) e che dopo quasi 9 anni ancora vaga fra piani Case e alloggi provvisori.
IL VUOTO. A sinistra c'è il vuoto. A ridosso dell'arco un perimetro segnato da tavole annerite da sole e pioggia indica il punto su cui si ergeva il cosiddetto palazzo 207. A fianco _ già abbattuto _ il 33. Poco più in là il 31 che si regge a mala pena, non è puntellato e sotto continuano a passarci come se nulla fosse auto e pedoni e lo spazio antistante spesso è utilizzato come ulteriore parcheggio per chi è costretto a frequentare il tribunale.
E ancora il 29 di cui rimane un enorme buco. Sempre a sinistra, salendo, due altri palazzi semi-abbandonati dai residenti. Ne sarà ricostruito, si dice, uno solo.
NUMERI E ANSIA. Già il fatto che gli edifici siano indicati da numeri mette un po' d'ansia. Chi ci abitava si è fatta l'idea che in questi anni si sia giocato a tombola: a qualcuno è uscito il numero giusto e ha vinto la ricostruzione, altri hanno tentato ma è andata sempre male nonostante riunioni sfibranti, incontri con tecnici e amministratori, suppliche e grida furiose.
L’AREA DI SANTA CROCE. Ma da cosa nasce la “maledizione” dell'area di “Santa Croce”? Il peccato originale è quello di trovarsi a ridosso delle antiche mura e a un certo punto il Comune stabilisce, anche su indicazione di storici ed esperti di architettura urbana e in particolare di monsignor Orlando Antonini, che la zona va ridisegnata trasformandola nell'ingresso “nobile” alla città dove nei secoli passati c'era la cosiddetta “Porta Barete” (anche se in realtà quella che si vuole ricostruire è l'anti porta che oggi dà su via Vicentini). Tutto bello, tutto giusto.
LA PROPOSTA. La proposta di Antonini è di fine 2013 ma della cosa si comincia a parlare, in concreto, nel corso del 2014 quando alcuni palazzi (fra cui l'ormai mitico 207) erano già in via di demolizione ed erano stati stanziati i soldi per ricostruirli. La Soprintendenza nel frattempo (sulla base di reperti emersi dagli scavi) appone il vincolo sulla zona di Porta Barete. Ne viene fuori una battaglia a colpi di ricorsi al Tar, polemiche sulla stampa, opinioni pro e contro. L'idea iniziale di riqualificazione elaborata fra il 2010 e il 2012 viene rimodulata e di fatto cancellata. Si riparte da capo.
(1/continua)
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