Santa Croce, quei relitti a ridosso delle mura rifatte

22 Febbraio 2016

L’odissea del palazzo al numero civico 33 raccontata dai residenti esasperati «Da sette anni lontani da casa, il Comune non ascolta le nostre indicazioni»

L’AQUILA. La riqualificazione di Santa Croce fa parte del piano strategico dell’Aquila. Ma ormai, a sette anni dal terremoto, più d’uno si chiede se il piano strategico sia quello di lasciare in piedi quei palazzi sventrati dal terremoto. Il progetto unitario di riassetto urbanistico, riqualificazione e rigenerazione urbana dell’area di Santa Croce sembra essersi arenato. Dopo quello dell’area Banca d’Italia-via XX Settembre, anche questo è un caso irrisolto che vede contrapposti da una parte i cittadini e dall’altra il Comune. Data inizio lavori 2012, durata lavori tre anni, si legge nelle tabelle del piano strategico. E il piano ancora non decolla. Intanto i palazzi sventrati fanno da sfondo alle recuperate mura urbiche.

TEMPO SCADUTO. Per l’area in questione, il Comune aveva pensato a un progetto unitario su un’area di 8400 metri quadrati posta tra le mura storiche e via Roma. Quel progetto non è mai andato in porto. I residenti raccontano che da parte del Comune c’è stato il “peccato originale” di aver ricompreso la zona nell’ambito di Santa Croce-Porta Barete, «una decisione presa dall’alto, che ha legato il nostro destino, e quello delle nostre case, al famoso civico 207 di via Roma». Un altro dei nodi di Gordio che prima o poi qualcuno si deciderà a tagliare. «Secondo il Comune», racconta Dina Pelliccione, una delle residenti, «si dovrebbe spostare l’immobile del civico 207 esattamente sul nostro palazzo. Possibile che si debba ancora aspettare per decisioni che non avverranno mai? Noi vogliamo tornare a casa nostra, in via Santa Croce 33. Dopo aver tirato fuori dal cilindro quello che viene chiamato progetto unitario Santa Croce-Porta Barete, le case di fronte alle nostre si stanno ricostruendo. Ma il Comune non dice chiaramente quali intenzioni si abbiano su questo palazzo».

IL PROGETTO. Un anno e mezzo fa è stato presentato un piano che prevedeva anche la realizzazione di una piazza. «La piazza», prosegue Pelliccione, «sarebbe dovuta sorgere al posto del palazzo del 207; il condominio in questione sarebbe andato nel sito di via Santa Croce 33 e da lì tutto il resto. Siamo stati convocati per cedere la particella, anche se non si sa in cambio di cosa. Degli otto proprietari iniziali, due sono andati via; gli altri sono rimasti a combattere una battaglia insostenibile. E ora sta affiorando anche la stanchezza. Siamo in una sistemazione abitativa provvisoria, ma non possiamo ulteriormente rinviare le scelte per il futuro dei nostri figli. Siamo lasciati senza interlocutori, a giacere in uno stallo increscioso».

I RICORSI. I residenti riferiscono, inoltre, delle consulenze esterne «costate fior di soldi» pur in presenza di tecnici nostri. Il contributo è fermo all’Usra in attesa dello sblocco. Da un anno è stato depositato un ricorso al Tar. «E meno male che la nostra era un’area cosiddetta a breve. Il Comune abbia il coraggio di dire: facciamo l’esproprio. Noi vogliamo stare a casa nostra. In questo caso la premialità è il tempo. E ne abbiamo anche atteso troppo. Dobbiamo sapere cosa fare, restare o andare? Si fa presto a dire “spostiamo i palazzi”, ma nessuno si ribella. Se si creasse un fronte, invece di metterci l’uno contro l’altro, si risolverebbe la situazione. Il Comune deve ascoltare. Ci hanno messo sotto il naso una bozza non ufficiale che ci chiede una cessione a titolo gratuito. Il Comune non può passarci sopra. Dietro ai palazzi c’è carne e sangue, c’è la nostra vita».

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