Sciame sismico e notti insonni per tanti aquilani

Dopo la scossa di 3,4 Richter tra Pizzoli e Barete L’esperto Del Pinto: «Lontano il ritorno alla normalità»
L’AQUILA. Chi era sveglio l’ha sentita in maniera distinta, chi dormiva si è svegliato. Tra i comuni di Pizzoli e Barete quella di due giorni fa è stata una notte insonne. Lo è stata anche all’Aquila, dove molti hanno avvertito la scossa di 3,4 di magnitudo (11 chilometri di profondità) che alle 00,48 di domenica ha risvegliato la paura. La scossa più forte registrata nel Centro Italia dall’inizio dell’anno, dopo quella di magnitudo 4,1 registrata a Perugia il 2 gennaio. Che la dorsale appenninica sia attraversata da nuovi episodi sismici dal devastante terremoto di Amatrice del 24 agosto, è evidente. Sono centinaia le scosse che si susseguono da allora, in particolare nel comprensorio di Pizzoli-Barete-Arischia e Montereale, segno che le faglie dell’Aquila sono «lontane da un ritorno alla normalità». A spiegarlo è il sismologo Christian Del Pinto, per anni responsabile della rete sismica da lui progettata in Molise, oggi insegnante all’Università dell’Aquila. Dopo il terremoto del 2009 e in particolare dopo la replica di 5,5 del 7 aprile, il rilascio di energia ha ora interessato prima Montereale, con il devastante terremoto del 24 agosto ad Amatrice, poi i Monti Sibillini a fine ottobre. Del Pinto spiega che «dopo l’evento principale del 24 agosto su Amatrice, lo “stress” prodotto sta interessando le strutture adiacenti. A Nord ha avuto un esito, il 30 ottobre scorso, abbastanza importante sui Monti Sibillini, a Sud adesso stiamo registrando una serie di eventi associabili alla struttura sismogenetica Barete-Pizzoli-Arischia». E sono già molte le scosse, anche sotto il 3 Richter e quindi spesso non percepite. Proprio domenica alle 13 ce n’è stata una di magnitudo 3. sempre a Pizzoli, poco prima una scossa di 2,6, per non contare quelle che sia ieri che nei giorni precedenti hanno interessato anche Montereale. Che cosa significa? Per il sismologo Del Pinto «la struttura in questione è ben nota in letteratura scientifica ed è stata associata al terremoto del 1703, di cui è stata la causa. Una zona interessata, adesso, dallo sciame sismico che rappresenta un fattore “nuovo” nella descrizione di quest’evoluzione a cui stiamo assistendo da agosto. Evoluzione che ci suggerisce che in quell’area non si è raggiunta ancora una situazione stabile dal punto di vista sismogenetico», precisa Del Pinto. Ma questo non può far pensare che allora la faglia si sia scaricata e che non ci saranno altri terremoti di diversa intensità.
«Quest’evoluzione è in corso, ci saranno sicuramente altre scosse», spiega l’esperto, «e non si tratta di una previsione, bensì di una constatazione. Finora la maggior parte degli sciami non sta evolvendo verso situazioni importanti, però escludere a priori una qualsiasi possibile evoluzione verso maggiori intensità equivarrebbe a fare una previsione, cosa che nel campo sismico non è possibile fare».
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