Sconci: alla Rems il primo paziente

13 Aprile 2016

BARETE. A breve, negli appartamenti-modello della Rems (residenza esecuzione misure di sicurezza) di Barete, inaugurati nei giorni scorsi, arriverà il primo paziente e l’Abruzzo sarà una delle prime...

BARETE. A breve, negli appartamenti-modello della Rems (residenza esecuzione misure di sicurezza) di Barete, inaugurati nei giorni scorsi, arriverà il primo paziente e l’Abruzzo sarà una delle prime regioni in Italia ad aprire una pagina nuova nella riabilitazione di soggetti affetti da disturbi psichici e con reati alle spalle. Al posto degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), ormai dismessi per legge e per tanti anni luoghi di negazione della dignità del malato psichico, aprono oggi strutture come quella di Barete, pensate per legare a doppio filo la riabilitazione del paziente alla realtà viva del territorio. Non più “ergastoli bianchi”, con permanenza a vita in una struttura, bensì reinserimento del paziente nel flusso della vita reale.

Vittorio Sconci, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl n.1, è stato l’artefice principale, insieme alla direzione generale dell’azienda sanitaria e della giunta regionale, dell’apertura della Rems a Barete.

Dottor Sconci, in cosa consiste il passaggio dagli ospedali psichiatrici giudiziari alla Rems?

«La Rems è l’espressione dell’evoluzione della psichiatria e della criminologia e costituisce il punto di approdo della terapia moderna rispetto al modello, risalente ai primi anni del ’900, dei manicomi prima e degli ospedali psichiatrici giudiziari dopo. Esperienze queste che, non essendo riuscite a recepire le novità scientifiche della nuova psichiatria, si sono rivelate, nel tempo, fallimentari, umilianti e dannose per i pazienti che vi erano ricoverati».

Negli ospedali psichiatrici giudiziari il malato restava quasi sempre per tutta la vita. Cosa cambierà con la Rems?

«La residenza di Barete, che ospiterà anche pazienti del Molise, è ideata come spazio di inclusione e non di reclusione, come invece è accaduto per gli ex ospedali psichiatrici giudiziari. La Rems è organizzata in mini appartamenti da 2 a 5 posti-letto, a seconda delle esigenze terapeutiche, con bagni annessi, più altri spazi di socializzazione. Tutto ciò servirà al paziente per riappropriarsi di una propria identità in vista di una prospettiva di vita al di fuori della struttura».

Come?

«Tramite percorsi di riabilitazione sul territorio, in collaborazione con le istituzioni locali. Tali percorsi potrebbero consistere, ad esempio, nell’inserimento in attività lavorative di carattere artigianale e commerciale di cui è ricca l’alta valle dell’Aterno. Progetti di recupero, preventivamente approvati e autorizzati dall’autorità giudiziaria».

L’inserimento in queste attività di lavoro avverrà durante il soggiorno nella Rems?

«La struttura è calibrata su un modello aperto e flessibile per cui, nell’ottica del suo recupero, il paziente vivrà sia momenti interni (nella struttura) sia momenti esterni (nel territorio), sempre in relazione alle determinazioni del magistrato di sorveglianza».

Quindi la cura è importante?

«È fondamentale. Ai tempi della nascita degli ospedali psichiatrici giudiziari non esistevano trattamenti specifici. La malattia inevitabilmente si ripresentava e manteneva costantemente le sue prerogative di pericolosità sociale. Adesso è tutto cambiato. Le terapie esistono e i nostri pazienti, se opportunamente trattati non presentano, se non raramente, la possibilità di delinquere».

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