Scosse senza sosta, primi crolli ma la colpa fu data ai lavori edili

23 Marzo 2019

Lo strano caso del pezzo di soffitto della scuola media di Paganica venuto giù il 26 marzo 2009 Nessuno volle collegarlo agli effetti del sisma. Nelle cronache del tempo dismissioni ed enti in crisi

L’AQUILA. «Una lieve scossa di terremoto è stata avvertita stanotte, nell’Aquilano, dalla popolazione. Lo rende noto il Dipartimento della Protezione civile, informando che non risultano al momento danni a persone o cose. Secondo i rilievi dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia il sisma è stato registrato alle 3,10, con una magnitudo 2 e con epicentro tra L’Aquila, Collimento e Villagrande”. La notizia dell’agenzia Ansa “lanciata” alle 3,53 del 26 marzo 2009, una quarantina di minuti dopo l’evento sismico, registra l’ennesima scossa di una serie che ormai appare senza fine. A leggerla adesso anche l’ora fa un po' impressione: le 3,10. Il sei aprile saranno le 3,32. Il 24 agosto 2016 ad Amatrice gli orologi si fermeranno alle 3,36. Il Centro sull’edizione del 27 marzo 2009 ripropone una tabella che fa il punto di quello che era successo dal 14 dicembre 2008 a quel momento. I numeri: 164 scosse di cui 26 avvertite chiaramente dalla popolazione.
PRIMI CROLLI. Poco prima delle nove del mattino del 26 marzo il mio telefonino squilla. Mi chiamano da Paganica: nella scuola media Dante Alighieri c’è stato un crollo, le lezioni sono state sospese e la scuola evacuata. La cronaca pubblicata il giorno dopo inizia così: “I ragazzi erano già pronti per l’inizio delle lezioni. All’improvviso un tonfo. Dal soffitto della scuola media di Paganica, a fianco alla scala che porta ai piani superiori dove ci sono le aule, si è staccato un grosso pezzo di intonaco. A quell’ora (le 8,25) in quel punto non c’era nessuno. È subito scattato l’allarme e la scuola è stata fatta sgomberare. Stop per 3 giorni alle lezioni”. Il collegamento con il terremoto è immediato, ma con il passare delle ore viene fuori un’altra versione: il pezzo di intonaco si sarebbe staccato a causa di una maldestra riparazione fatta qualche tempo prima. La superficie vecchia e quella nuova non si erano integrate bene e un po’ di umidità aveva fatto il resto. La versione “ufficiale” sembrò attendibile ma, ragionando con il senno del poi, è come se da parte del Comune e delle autorità scolastiche ci fosse stata una sorta di ritrosia a mettere in relazione l’evento con la scossa della notte. L’idea che un terremoto potesse fare danni non era contemplata, e si faceva fatica persino a immaginare le conseguenze di una catastrofe che di lì a dieci giorni avrebbe sconvolto L’Aquila e il suo territorio. La media di Paganica (una succursale della Alighieri) il 6 aprile 2009 è stata chiusa e non ha più riaperto. Adesso gli alunni sono in una struttura provvisoria nei pressi degli impianti sportivi di via Onna. Il Comune ha annunciato che a Paganica verrà realizzato un nuovo polo scolastico al posto del centro polifunzionale realizzato nel 1999 e mai utilizzato. La ex scuola, dietro cui scorre il Raiale, verrà presto abbattuta e al suo posto dovrebbe sorgere la nuova caserma dei carabinieri. Nello stesso giorno (27 marzo 2009), l’assessore ai lavori pubblici Ermanno Lisi, prendendo spunto dal caso di Paganica, affermava: “La sicurezza nelle scuole è una priorità alla quale stiamo lavorando da tempo, da due mesi stiamo operando con un’apposita commissione per verificare edificio per edificio qual è la situazione nel territorio comunale. È un lavoro complesso perché vogliamo capire cosa è successo nel tempo con i lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria. Alla fine interverremo dove saranno rilevati problemi”. Quella di Lisi era certamente un’iniziativa apprezzabile, ma era anche l’ammissione che il Comune non aveva ancora contezza della situazione strutturale delle scuole. Per fare quel “lavoro complesso” ci sarebbe voluto molto tempo ma il terremoto era dietro l’angolo e il sei aprile mattina non sarebbero serviti esperti e periti per capire in che condizione era l’edilizia scolastica in città.
DISMISSIONI. La cronaca del Centro del 27 marzo dà pure conto di un consiglio comunale che aveva bocciato la proposta di vendere l’autoparco, nei pressi della stazione ferroviaria, e l’ex sede del Liceo Scientifico a due passi dalla basilica di San Bernardino. Le due proprietà comunali erano state inserite in un piano di dismissioni per un valore di 17 milioni (che dovevano servire, in parte, a comprare un palazzo per la sede unica municipale fuori dal centro storico). Con lo stralcio operato in aula il valore delle dismissioni sarebbe stato di poco più di sei milioni. Il consiglio aveva pure confermato l’aliquota Ici del 7 per mille per la seconda casa (quella sulla prima casa era stata abolita dal governo Berlusconi) e del 5,5 per mille ai proprietari di seconda casa affittata però agli studenti. La qualità edilizia delle abitazioni affittate agli studenti fuori sede emergerà in tutta la sua drammaticità quando si farà la triste conta delle vittime del terremoto. Nella pagina a fianco Gabriele Lucci denunciava che “senza un sostegno pubblico l’Accademia dell’immagine non può andare avanti”. Un altro gioiello della città in quel fine marzo 2009 cominciava ad avere problemi e ne avrebbe avuti molti di più dopo il sisma. Di fatto l’Accademia dell’Immagine (scuola di cinema), una delle poche realtà cittadine esportabili e apprezzate nel mondo, oggi non c’è più. E non per colpa del terremoto ma della politichetta locale che fra le sue capacità ha quella di distruggere le cose buone e indebitarsi per le cose inutili. In quei giorni di marzo sui giornali la parola “crisi” è ovunque. Di solito veniva riferita alla negativa congiuntura mondiale partita dagli Usa col fallimento di decine di banche. Ma a livello locale la “crisi” c’era ben prima del 2008 e non solo nel settore industriale. Anche l’agricoltura che fino all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso aveva rappresentato la spina dorsale della microeconomia di tante famiglie era di fatto abbandonata a se stessa e le politiche per tentarne il rilancio erano state del tutto inadeguate. L’economista aquilano Antonio Porto il 28 marzo 2009 ne parlava sul Centro nella pagina degli interventi. Porto criticava il piano di Azione territoriale elaborato dalla Provincia. «Nel piano», affermava l’economista, «e in particolare dove si parla di economia montana, sono assenti l’agricoltura, l’allevamento, la gestione e la bonifica dei pascoli, il patrimonio boschivo. Trascurarli significa dimenticarsi del ruolo che hanno avuto in passato e, soprattutto, che possono avere oggi, se fossero assistiti da interventi finanziari capaci di renderli efficienti e consentire la loro implementazione con i settori del turismo e dell’impresa». Dopo il terremoto l’agricoltura e l’allevamento sono stati letteralmente ignorati. Sono stati distribuiti milioni a piene mani per rifare i “musei privati” dei benestanti aquilani e poche briciole (e in molti casi nemmeno quelle) per rifare le stalle. C’è qualche allevatore che c’è morto di crepacuore. Ma questo nel Decennale non lo racconterà nessuno.
(18- continua)
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