Seimila gli occupati in agricoltura

25 Ottobre 2017

Il 42% è extracomunitario. Resta la piaga dello sfruttamento: alcuni pagati da 2,50 a 4 euro l’ora

AVEZZANO. Gli ultimi controlli hanno dimostrato che nel Fucino il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori è ancora ben lontano dall’essere debellato. Premesso che gli imprenditori onesti, rispettosi delle leggi e preoccupati di tutelare l’immagine della propria azienda, sono la stragrande maggioranza, c’è da capire perché ce ne siano alcuni che continuano a operare nell’illegalità.
ECCO I NUMERI. I lavoratori agricoli nel 2015 in provincia dell’Aquila, secondo i dati elaborati da Confagricoltura, erano 6.247. Di questi 2.625, pari al 42%, erano extracomunitari, provenienti per lo più dal Nord Africa e concentrati soprattutto nel Fucino. A essere vittime dello sfruttamento sono soprattutto quest’ultimi. Per due ragioni. La prima è che difficilmente si trovano lavoratori italiani disposti a spezzarsi la schiena sui campi dall’alba al tramonto per pochi euro.
La paga per chi lavora in nero, a sentire i diretti interessati, va dai 30 ai 50 euro al giorno, cioè da 2,5 a 4 euro l’ora. L’altra è che non hanno alternative: o sottostanno alle condizioni poste del datore di lavoro o rischiano di non vedersi rinnovare il contratto stagionale. Requisito necessario per usufruire del permesso di soggiorno.
Scaduto il permesso, diventano clandestini. E per non morire di fame o lavorano in nero – le occasioni non mancano – e quando arrivano gli ispettori del lavoro fuggono per i campi oppure si mettono a rubare e a spacciare, andando a ingrossare le fila della microcriminalità.
ASSUNZIONI FITTIZIE. Nel novembre dei 2011 scoppiò lo scandalo delle assunzioni fittizie. Due marocchini trovarono il coraggio di raccontare alla squadra mobile della questura dell’Aquila la loro odissea.
Un connazionale, che fungeva da intermediario, gli aveva assicurato l’assunzione da parte di imprenditori agricoli del Fucino a condizione che pagassero dai sei ai sette mila euro.
Giunti in Italia l’Eldorado che sognavano si è ben presto trasformato in un inferno. Anziché essere regolarizzati venivano assunti per brevissimi periodi e poi licenziati. Così i due immigrati si ritrovarono senza permesso di soggiorno, senza soldi per mangiare e senza un tetto. Come rifugio scelsero un tubo utilizzato per l’irrigazione.
Dopo la loro denuncia scattò l’inchiesta della magistratura.
Le indagini, condotte da polizia e carabinieri, portarono al rinvio a giudizio, tra imprenditori e intermediari, di una trentina di persone, per le quali è in corso il processo davanti alla Corte d’Assise dell’Aquila. La prossima udienza si terrà il 10 novembre.
NUOVA LEGGE. Esattamente un anno fa, il Parlamento, per contrastare il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura, ha approvato una legge, secondo la quale, incorre nel reato di sfruttamento il datore di lavoro che impiega personalmente o recluta manodopera tramite i cosiddetti “caporali”; che corrisponde al lavoratore una retribuzione più bassa rispetto a quella prevista dai contratti collettivi nazionali o provinciali; che viola la normativa sulla sicurezza, l’orario di lavoro, il riposo settimanale, le ferie e l’igiene; che non assicura al lavoratore un alloggio dignitoso.
Per chi trasgredisce sono previste pene severe. Oltre alla multa, alla confisca dei beni e al sequestro dell’azienda, si rischia la condanna da uno a sei anni. Se poi i lavoratori sfruttati vengono esposti a situazioni di grave pericolo, e il loro numero è superiore a tre, la pena viene aumentata da un terzo alla metà.
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