Sequestrata la fabbrica della ‘ndrangheta

1 Agosto 2019

Sospetto riciclaggio di denaro di famiglie calabresi. Un altro provvedimento ha riguardato villette a Rocca di Cambio

AVEZZANO. La ‘ndrangheta ha riciclato denaro con investimenti anche nel Fucino e sull’Altopiano delle Rocche. A questa conclusione sono arrivati gli uomini del Settore misure di prevenzione patrimoniali della Divisione polizia anticrimine, coordinati da Angela Altamura, che dall’inizio di luglio all’altro ieri hanno sequestrato un patrimonio che supera i 120 milioni. Nel Fucino è stata sequestrata una piccola fabbrica specializzata nella lavorazione del legno utilizzata da un imprenditore marsicano (al momento non indagato). A Rocca di Cambio, all’inizio di luglio, erano state sequestrate tre villette, tutte riconducibili a una società romana. Il decreto di sequestro di beni, ai fini della confisca, è stato emesso dal tribunale di Roma (Sezione misure di prevenzione).
COSCA CALABRESE. Il maxi sequestro è stato adottato nei confronti di Placido Antonio Scriva, 53 anni, e Domenico Morabito (52), entrambi di Africo in provincia di Reggio Calabria, Domenico Antonio Mollica, 52enne di Melito di Porto Salvo, Giuseppe Velonà, 55 anni, e Salvatore Ligato, 54, di Bruzzano Zeffirio, sempre nel Reggino. Tutti esponenti di vertice, secondo gli inquirenti, del gruppo laziale della pericolosa e temuta ‘ndrina Morabito-Mollica-Palamara-Scriva, originaria di Africo e insediatisi a nord di Roma a partire dagli anni Ottanta. L’approfondita attività investigativa ha ripercorso “la carriera criminale” e ha analizzato le posizioni economico-patrimoniali degli indagati, dei rispettivi nuclei familiari e di numerosi prestanome, evidenziando una notevole sproporzione tra i beni posseduti, direttamente o indirettamente, e i redditi dichiarati o l’attività economica svolta ovvero la sussistenza di «sufficienti indizi per ritenere che essi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego».
ATTIVITÀ ILLECITE. Il gip del tribunale ha evidenziato «l’elevatissimo spessore criminale dei cinque», tre dei quali condannati in via definitiva per associazione di stampo mafioso. Le attività illecite cui si sono dedicati, con riflessi anche in provincia dell’Aquila, riguardano sequestri di persona a scopo di estorsione, traffico di stupefacenti e di armi, nonché i più recenti delitti di estorsione, usura e di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.
ECONOMIA “INQUINATA”. I rilevanti interessi imprenditoriali sono emersi, oltre che a Roma, prevalentemente nei centri poco distanti, nell’area della Tiberina e della Flaminia, quali Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Castelnuovo di Porto, Campagnano e Sacrofano, con investimenti immobiliari ad Alghero, Rocca di Cambio, Genova, Bruzzano Zeffirioe Faleria (Viterbo) e nel Fucino, inquinando profondamente l’economia legale, anche avvalendosi dell’apporto di specifiche competenze professionali, istituzionali e del sistema bancario. Sempre stando alle accuse, sono state accertate pesanti infiltrazioni in molteplici settori produttivi tramite altri soggetti, tra cui Massimiliano Cinti nipote del boss romano e il cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti.
I SETTORI DI RIFERIMENTO. Sono risultati quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante, della vendita di legna da ardere, dell’allevamento di bovini e caprini, bar-gastronomia e commercio di preziosi e gioielli, mentre attraverso prestanome sono penetrati nel settore della grande distribuzione attraverso supermercati di una nota catena, in quelli edilizio-immobiliare, della panificazione, della vendita di prodotti ottici e dei centri estetici. Dall’indagine è emerso che attraverso la Rete di Imprese Morlupo, si è recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100mila euro da parte della Regione Lazio (sotto sequestro). Le attività non saranno chiuse bensì gestite dall’amministrazione giudiziaria al fine di immetterle in un percorso di legalità. L’esecuzione del provvedimento ha richiesto l’impiego di 250 agenti della polizia di Stato. In Abruzzo sono stati impiegati uomini della questura dell’Aquila e del commissariato di Avezzano.
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