Sequestrato materiale informatico al giovane accusato dell’omicidio

6 Febbraio 2021

I carabinieri tornano nell’abitazione di Sant’Elia del macellaio finito in carcere, si cercano ulteriori prove La difesa è pronta a chiedere una nuova comparazione del Dna trovato sui pantaloni di D’Amico

L’AQUILA. Nuove perquisizioni e altri accertamenti per “puntellare” ancora di più l’accusa che ha portato in carcere Gianmarco Paolucci, 25 anni aquilano, che secondo la Procura ha ucciso Paolo D’Amico, 55 anni, dipendente Asm. I carabinieri sarebbero tornati ieri nella casa del giovane – un alloggio nel piano case di Sant’Elia – per acquisire “mezzi” informatici, molto probabilmente uno o più telefoni cellulari. Ma intanto comincia a delinearsi meglio la linea della difesa di Paolucci, rappresentata dall’avvocato Mauro Ceci.
Proviamo a mettere in fila le accuse e come la difesa potrebbe controbatterle.
L’ESAME. La prova regina, che spesso si è rivelata impossibile da smontare, è quella del Dna del ragazzo indagato che i carabinieri del laboratorio scientifico di Roma hanno trovato sui pantaloni della vittima all’altezza delle caviglie (il corpo già senza vita è stato trascinato all’interno del garage di via Colle Toma in comune di Barisciano). Probabile che la difesa chiederà di ripetere la comparazione.
LE BUGIE. Nell’ordinanza di custodia cautelare ci sono molti indizi di colpevolezza nei confronti dell’indagato. Fra questi il fatto che Paolucci avrebbe detto di aver passato il pomeriggio di venerdì 22 novembre 2019 fra le 16 e le 19,30 (giorno e forbice di ore in cui sarebbe avvenuto il delitto) a Bagno Piccolo, a casa della madre che invece abitava in un Map a Onna. La madre del ragazzo in effetti nel luglio 2019 si era vista assegnare dal Comune dell’Aquila la casetta provvisoria a Onna, ma pare che ci si sia trasferita solo all’inizio di dicembre 2019. Dunque su questo Paolucci potrebbe aver detto la verità, anche se il telefono del giovane in quelle ore avrebbe agganciato una cella telefonica che serve proprio la zona dove abitava D’Amico. È ipotizzabile che anche su questo ultimo aspetto ci sarà battaglia. La difesa sin dalle prime ore dopo l’arresto ha detto che si tratta di un elemento (la cella telefonica) su cui è difficile avere certezze assolute.
DESTRORSO. La direzione dei colpi inferti alla vittima hanno fatto ipotizzare che l’assassino fosse un destrorso come la maggior parte delle persone. Chi conosceva bene il giovane, anche sul lavoro, ricorda che il ragazzo fosse mancino. Qui naturalmente serviranno altri accertamenti per stabilire qual è la verità.
TELEFONO. L’accusa sostiene che Paolucci dopo essere stato sentito come persona informata dei fatti, a Natale 2019 cambiò telefono cellulare (il nuovo sembra fosse un regalo della fidanzata), segno che voleva far sparire tracce pericolose. Pare però che il vecchio cellulare non sia stato buttato e presto potrebbe essere esaminato dagli investigatori.
ARMI DEL DELITTO. Secondo la difesa lo scalpello e il martello indicati come armi del delitto potrebbero non essere le “vere” armi del delitto. Infatti non ci sarebbero tracce di sangue. Gli investigatori hanno però detto che l’assassino avrebbe ripulito sia lo scalpello che il martello per cancellarle. Se lo ha fatto, chiaramente deve aver fatto un “lavoro” certosino e con grande lucidità.
NO AL TEST DEL DNA. L’indagato il 30 novembre 2020, quando ancora era un semplice testimone, si sarebbe rifiutato di farsi prelevare la saliva per effettuare il test del Dna. Un atteggiamento ritenuto sospetto tanto che poi i carabinieri ottennero il “materiale biologico” occorrente con un alcotest a sorpresa. È chiaro che da solo questo elemento non è di per sé una prova schiacciante di colpevolezza.
ARRESTI DOMICILIARI. Il difensore ha chiesto per il suo assistito gli arresti domiciliari (per la decisione ci vorrà più di qualche giorno dopo, si presume, un secondo interrogatorio, al primo si è avvalso della facoltà di non rispondere) e ha ottenuto che i familiari più stretti, la madre in particolare, possano fare visita al ragazzo rinchiuso nel carcere di Frosinone (in quello di Vasto c’erano problemi di Covid).
GLI AMICI. In questi giorni gli amici e i conoscenti del giovane continuano a dirsi stupiti per l’arresto di Gianmarco Paolucci considerato da tutti «un bravo ragazzo, mite, non rissoso». Saranno i processi a provare a stabilire la verità giudiziaria.
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