Sindaci: serve il piano per i vaccini

22 Dicembre 2020

I primi cittadini marsicani domani a confronto con i vertici dell’Asl

SAN BENEDETTO DEI MARSI. Scena muta davanti al pm. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i due giovani di San Benedetto, Fabio Sante Mostacci e Mirko Caniglia (entrambi di 28 anni), accusati dell’omicidio del 51enne Collinzio D’Orazio: consigliati dai loro legali hanno scelto la strategia del silenzio. Ieri pomeriggio non si sono presentati davanti al sostituto procuratore Lara Seccacini per l’interrogatorio. Una richiesta che non è stata accolta dalle difese che non sanno cosa abbiano in mano gli inquirenti per aver deciso di cambiare il capo di imputazione da abbandono di incapace a omicidio volontario aggravato per aver gettato nel fiume Giovenco D’Orazio ancora in vita. «Dobbiamo avere i risultati di un accertamento tecnico irripetibile sui telefonini eseguito dal consulente informatico nominato dalla procura», evidenzia l’avvocato Antonio Milo che con i colleghi Mario Flammini e Franco Colucci difende i due giovani. L’incarico è stato affidato ad Antonio Barbieri, che avrebbe eseguito esami anche sul cellulare di un terzo uomo, che conterrebbe messaggi scambiati con uno degli indagati. Probabilmente la difesa non se l’è sentita di dare l’assenso a un interrogatorio a scatola chiusa. L’ipotesi è che sul giallo di San Benedetto siano arrivate risposte importanti proprio dalle ultime relazioni tecniche e probabilmente anche da quelle del Ris di Roma. Si attendevano da mesi le relazioni dei periti e della scientifica sui i cellulari sequestrati dai carabinieri del nucleo operativo. I militari, guidati da Bruno Tarantini, avrebbero in mano anche altri elementi utili a chiarire come siano andate le cose la notte del 1° febbraio dello scorso anno. La vittima quella sera sarebbe stata al bar del paese e avrebbe bevuto alcolici nonostante il divieto imposto dall’assunzione di alcuni farmaci. D’Orazio è stato anche filmato con un cellulare davanti al locale. Poi le sue tracce si perdono fino a quando i due indagati, secondo il loro racconto, lo avrebbero trovato per strada ubriaco e avrebbero deciso di accompagnarlo a casa. Avrebbero però sbagliato abitazione. Alla fine l’avrebbero lasciato su una strada isolata perché lui non voleva scendere dall’auto per timore che la madre ce l’avesse con lui dato che aveva bevuto. La ricostruzione non ha mai convinto gli investigatori. La famiglia della vittima è assistita dai legali Berardino Terra e Stefano Guanciale. (p.g.)
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