Sisma a Campotosto, problemi senza fine

29 Aprile 2018

Viaggio nel centro montano dove per ora sono partite soltanto le demolizioni. Il coraggio di chi resta: «Non molliamo»

CAMPOTOSTO. Chi è salito ieri mattina in macchina a Campotosto si è accorto di una stranezza: l’assenza totale di motociclisti. Anche sulla strada che porta verso il borgo e il suo splendido lago è infatti scattato il divieto di transito per le due ruote imposto dalla Provincia a seguito dell’incidente di Barrea dove, a causa di una buca, un motociclista è caduto e ha perso la vita. Dopo terremoto e neve anche le buche si sono “abbattute” come una mannaia su un territorio allo stremo.
«CI FANNO SPARIRE». Giuseppina Angelone, che gestisce il bar su quella che era la piazza del paese, è a dir poco inviperita: «I festivi e prefestivi sono gli unici che ci danno un po’ di respiro: ci mancava anche questa, evidentemente qualcuno ha deciso che dobbiamo scomparire».
PAESAGGIO LUNARE. Arrivare a Campotosto significa trovarsi di fronte a un paesaggio lunare. La sede del Comune e la chiesa sono un mucchio informe di macerie. Il silenzio è squarciato solo da un’enorme ruspa che, dopo la demolizione di un palazzo, carica su un camion i materiali di risulta opportunamente differenziati. Il camion deve portare quei materiali in un’area di raccolta a Capitignano. Potrebbe farlo utilizzando la strada Campotosto-Aringo di Montereale: 17 km, mezz’ora per arrivare a destinazione. Ma quella strada, interessata mesi fa da una frana, è intransitabile. Le promesse di un rapido intervento non si sono mai materializzate. «Il camion», dice l’ingegner Maurizio Ardingo, originario di queste parti e ieri mattina a Campotosto per partecipare a un incontro organizzato dagli alpini, «deve tornare al Cermone e risalire per Capitignano. Significa che da 17 km ne deve fare 80». Un’assurdità tutta italiana, ma tant’è. E non basta. Campotosto è l’unico Comune di quelli del cratere 2016-2017 a non avere visto ancora una Sae, termine che indica le casette di emergenza. Il sindaco Luigi Cannavicci dice che ne aveva chieste 20 alla Protezione civile. Aveva indicato anche i siti, ma per la qualità del terreno (a rischio idrogeologico) e per procedure burocratiche macchinose finora non se n’è fatto nulla. Le 20 famiglie destinatarie di Sae sono oggi all’Aquila e dintorni e stanno perdendo la voglia di tornare al paese. Per fortuna che ci sono i Map del sisma 2009 che hanno permesso a un centinaio di persone (tra capoluogo e frazioni) di restare. Fra macerie, vuoti dove una volta c’erano le case, edifici cadenti e puntellati, Campotosto è irriconoscibile anche per chi ci vive da decenni.
CHIESA CONTAINER. La chiesa è in un container, il prete arriva solo la domenica per la messa e persino celebrare un funerale è diventato un problema. Il “centro commerciale” con bar, un paio di alimentari, un bazar – con cartoline, giocattoli, souvenir – assomiglia a un brutto luna park di periferia ed è stretto nella morsa delle macerie: prendi un caffè, esci e magari respiri una boccata di polvere. La gente qui è esasperata: c’è chi si sfoga, chi sta in silenzio, chi se la prende con gli amministratori. Su alcuni muri sono spuntate scritte ironiche: una inneggia al “sindaco Lucia Pandolfi”, funzionaria regionale mandata a dare una mano al primo cittadino Cannavicci, il quale ci tiene a sottolineare che «il presidente Luciano D’Alfonso è l’unico che ci sta seriamente aiutando». Il clima politico locale è infuocato. I problemi sono talmente tanti che forse sarebbe più facile svuotare il lago con un cucchiaio che trovare in tempi brevi soluzioni che consentano alla comunità di rinascere e far ripartire un’economia che si può basare solo su produzioni di nicchia e turismo di qualità. Nel corso dell'incontro organizzato da Massimo Alesii dell’ufficio stampa della sezione “Abruzzi” dell’Ana e dal presidente Ana Pietro D’Alfonso si è parlato proprio di quella “resilienza” più che mai necessaria per evitare la scomparsa di centri che fanno parte della storia dell’Aquila e d’Abruzzo. Una delle resilienti è Assunta Perilli che ha riscoperto l’antica arte della tessitura. «Un giorno nella mia bottega si è fermata una signora che arrivava dalla città», racconta Assunta, «e mi ha detto: ma lei che fa tutte queste belle cose che ci fa qui sperduta fra le montagne? Stavo per cacciarla poi ho replicato un po’ bruscamente: questo è il mio mondo e da qui non me ne andrò mai». Un bell’esempio di resilienza ma ci vuole tanta forza, coraggio e pazienza. E la pazienza qui, sulle rive del lago, sta per finire.
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